Senza mai arrivare in cima

Tanti miei amici blogger hanno letto questo libro e lo hanno consigliato durante il lockdown. Appena ne ho avuto l’occasione ho comprato “Senza mai arrivare in cima“e l’ho letto tutto d’un fiato.

Senza mai arrivare in cima

E’ la storia di un viaggio compiuto per il 40 anni assieme a due amici, alla ricerca di una montagna autentica. Si tratta di “sfiorare” l’Himalaya passando per il Nepal, la regione del Dolpo che confina con il Tibet.

Lo sgaurdo è verso la montagna di Cristallo ed il confronto costante è con le Alpi (da cui l’autore proviene)  e con il libro “Il leopardo delle nevi” di Peter Matthiensen che 40 anni prima aveva compiuto lo stesso viaggio.

E’ il racconto di una carovana di circa 50 soggetti fra persone, muli e qualche cane; di una sfida con se stessi e col malessere dovuto all’altitudine.

Le pecore azzurre, i mantra e le preghiere si legano a doppio filo con le riflessioni, gli schizzi, i mulini di preghiera, creando un fascino per me nuovo verso questi luoghi e verso le sue tradizioni anche alimentari e religiose.

Le descrizioni sono precise e fortemente visive ma io che non ho una grande esperienza di montagna faccio un po’ fatica a visualizzarle.

La lettura scorre però in maniera fluente e l’autore, pur parlando di cose a me per lo più sconosciute, ha la capacità di portarmi con lui fra le ruote di preghiera e gli accampamenti di montagna.

Senza mai arrivare in cima: l’autore

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978 ed il suo primo libro pubblicato è del 2004. Con il libro “Le otto montagne”(che ammetto di non aver letto) ha vinto il Premio Strega nel 2016, il Prix Médecis étranger ed è stato tradotto in 38 lingue.

E’ autore anche di una serie di documentari di carattere sociale, politico e letterario (soprattutto sulla letteratura statunitense). Anche le sue raccolte di racconti (es. Manuale per ragazze di successo) hanno ricevuto diversi premi. Fra le sue opere anche due personalissime guide su New York.

La sua grande passione è la montagna e dal 2017 ha organizzato, insieme con l’associazione “gli urogalli”, tre edizioni del “Il richiamo della foresta“: festival di arte, libri e musica in montagna,solitamente il terzo fine settimana di luglio, a 1800 m. s.l.m. a Estoul – Brusson nella Valle d’Ayas (AO).

(foto mia)

Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima, Einaudi 2018

 

101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita: 16 fare il giro dei caffè più buoni della città

Ho cominciato questo progetto delle 101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita un po’ di anni fa, quando mi sono trasferita in città. Il libro lo conoscevo già ma venendo a vivere qui ho deciso, come vi ho già raccontato nel primo post dedicato al progetto, di visitare tutti i luoghi nominati e postare una foto sui luoghi nominati e postare una foto sui miei canali social (Facebook e Instagram). Poi è nato il blog e da lì la voglia e la necessità di raccontare.

Ma veniamo al capitolo in questione…

Parliamo di caffè…Io non sono mai stata una grande consumatrice di questa bevanda. Fino a circa una decina di anni fa la mia assunzione di caffè si limitava a qualche goccia nel caffellatte al mattino. Poi, quando ho iniziato ad insegnare, è diventato un modo per fare gruppo con le mie colleghe e ritagliarci una pausa nel lavoro.

Ancora oggi mi limito alla porzione del mattino appena sveglia e ad un solo altro caffè (massimo 2) durante la giornata poiché, iperattiva come sono, rischierei di avere poi grandi difficoltà nell’addormentarmi.

Non posso negare però di aver riscoperto il valore conviviale di questo liquido scuro e di aver capito come esso sia realmente l’occasione per rivedere amici e parenti e scambiare due chiacchiere. Se poi il caffè è anche buono le chiacchiere sono migliori…

Sebbene in Italia la patria indiscussa del caffè sia Napoli e nonostante la prima macchina per L’Espresso fu inventata a Milano, anche Roma si distingue nella preparazione di questa bevanda.

Due sono i luoghi epici nella capitale per il caffè: Sant’Eustachio e Tazza D’Oro.

Nel caffè Sant’Eustachio ci sono stata un paio di volte: una volta in tempi non sospetti, quando ancora non vivevo in città è una seconda volta in questi anni, quando ci ho accompagnato una mia amica per farle vivere l’esperienza della specialità del luogo. Sto parlando del Gran Caffè, rigorosamente con le iniziali in maiuscolo. Un caffè servito già zuccherato è ricoperto da una spessa cremina (se lo si senza zucchero occorre dichiararlo in precedenza). Il bar, nell’omonimo rione, non lontano dal Senato, non è molto grande e all’esterno, sulla pittoresca piazzetta, sono sistemati 5/6 tavolini, sempre stracolmi di autoctoni e turisti. Il personale ha tutte le caratteristiche di chi lavora in un caffè a Roma: cordialità e simpatia.

Questo caffè esiste dal 1938: la tostatura avviene nel locale e la materia prima può anche essere acquistata in loco, in comodi sacchetti, da portare a casa. Si fa onore il caffè Sant’Eustachio poiché è sostenibile: acquista i prodotti in modo solidale e responsabile attraverso l’Altromercato (vedi approfondimento a fine post). Il caffè è comprato ad un prezzo giusto e si viene a creare una relazione commerciale duratura che favorisce lo sviluppo dei progetti locali di cooperative situate in Repubblica Domenicana, Brasile, Guatemala ed Etiopia, sempre nel rispetto dell’ambiente.

Mosaici ed arredi qui sono tutti originali e l’apparecchio per la tostatura a legna, del 1948, è ancora funzionante.

Ammetto che questo caffè mi sta molto a cuore, forse perché sono molto legata al santo di cui porta il nome, poiché ne ho parlato nella mia tesi di laurea triennale. Ma di ciò trovate un piccolo approfondimento alla fine del post.

Spostiamoci un po’ e raggiungiamo Piazza delle Rotonda, con il suo maestoso Pantheon, li dove svetta anche un’altra delle 101 cose da fare a Roma di cui vi ho già parlato.

Lì di fianco sorge il secondo caffè sul podio: il bar Tazza d’Oro. La sua specialità è la granatina con panna, a cui si è aggiunta la versione più calorica con panna sopra e panna sotto. Ma i puristi del caffè potranno certamente gustare anche la bevanda nella sua classica tazzina, senza farsi distrarre dalla vita romana che imperversa tutto intorno. Una vera chicca, che non si può fare a meno di notare, è il distributore automatico fuori dal bar: per chi avesse urgenza di miscela arabica, chicchi di caffè o addirittura di tazzine e macchinette per preparare la calda bevanda.

Non mi sento di esprimere il mio giudizio su quale sia il mio preferito ed il migliore fra i due ma mi discosto un po’ dal capitolo del libro in questione e aggiungo un terzo caffè da tenere in conto: l’Antico Caffè Greco. Un caffè d’altri tempi, sito in via Condotti dal 1760, nato come una sorta di rivoluzione nella Roma non ancora abituata all’assunzione di questa bevanda. È stato questo il luogo in cui hanno sorteggiato caffè da Casanova a Goethe, da Keats a Shelley e persino Shopenhauer, Stendhal e Silvio Pellico. Fino ad attori di Hollywood del calibro di Paul Newman e Audrey Hepburn. Due curiosità da mettere in evidenza: alcuni artisti avevano l’abitudine di utilizzare l’Antico caffè Greco come fermoposta, facendo arrivare qui la propria corrispondenza. Altra cosa degna di nota è una delle cinque sale di cui è composto il locale: la sala Roma è completamente affrescata con vedute di Roma classica realizzare nel 1897 dal pittore vedutista Vincenzo Giovannini.

Se ancora non ne avete abbastanza di caffè e bar, per uno sguardo più ampio su quello che è il panorama dell’offerta in città, vi consiglio il libro “i bar a Roma” di cui ho già scritto in un precedente post su questo blog.

Io un’idea su quale possa essere il mio caffè preferiti me la sono fatta. E voi? Cosa ne pensate?

La foto è mia di qualche tempo fa.

Approfondimenti

Altroconsumo: consorzio nato nel 1989 è formato da 120!organizzatori. Non ha fino di lucro e promuove in Italia il commercio equo e solidale. Infatti finanzia, produce e commercializza prodotti alimentari che provengono da Africa, Asia ed America Latina. Inoltre ha il compito di sensibilizzare sui problemi di disparità economica far il nord ed il sud del mondo. Oggi conta più di 100 Botteghe del Mondo con oltre 230 punti vendita in Italia. Con i suoi circa 3000 volontari impegnati, é la prima organizzazione in Italia per il commercio equo e solidale e la seconda al Mondo.

Sant’Eustachio: santo martire romano vissuto fra il I e il II secolo. Dalla leggenda è identificato con il generale Placido un pagano poi convertito al cristianesimo. La conversione avvenne perchè, durante una battuta di caccia, egli vide un crocifisso fra le corna di un cervo che pertanto è diventato suo simbolo e suo attributo iconografico.

Amos e Boris

Primo post del nuovo anno. Ancora una recensione di un albo illustrato.

Il topolino Amos vive vicino all’oceano e lo ama tantissimo. Lo osserva ed immagina le terre lontane. Così inizia a studiare le tecniche di navigazione e costruisce una barca. Poi la riempie di provviste incredibili, aspetta il 6 settembre, l’arrivo dell’alta marea,ed è pronto a salpare.

Il viaggio procede bene finché Amos, sopraffatto dalla bellezza dell’Universo, perde l’equilibrio e cade in mare. A salvarlo è la balena Boris e sulla via del ritorno verso casa fra loro nasce una bella amicizia. Quando infatti sarà Boris, ad un certo punto, ad aver bisogno di una mano, il topolino non farà mancare il suo aiuto…

La storia di un viaggio per mare, ma soprattutto la storia di un viaggio nel sentimento bellissimo dell’amicizia.

W. Steig, Amos e Boris, Rizzoli 1971

Robinson Crusoe

Ancora un’altra recensione ricavata da appunti di letture del passato.

Dopo Gulliver e L’isola del tesoro vi assicuro che smetto…almeno per il momento.

 

2011: E’ la storia di un giovane, che pur avendo ricevuto una educazione rigida e borghese, sente prevalere in lui il suo istinto di viaggio e parte quindi per conoscere il mondo. Tante saranno le avventure che vivrà: dall’essere fatto prigioniero dai pirati (che restano sempre i più affascinanti per me), al divenire capo di una piantagione di cotone, fino al  naufragio con tutti i modi che si inventerà per sopravvivere. E’ questa in realtà la parte centrale e più caratteristica del racconto.

Dopo un inizio che mi è sembrato un po’ noioso e abbastanza ripetitivo (soprattutto nelle parti in cui si descrivono le fatiche del protagonista per costruire qualsiasi cosa), ad un certo punto la storia mi ha presa. Anche se alcune frasi sono realmente reiterate come “non ci sono parole…”Altre parti invece sono più scorrevoli nonostante determinati passi non mi sembrano adatti ai ragazzi. Ne sono un esempio le riflessioni dell’autore su Dio, sul peccato, sulla conversione oppure gli episodi (per me inauditi) di violenza come l’uccisione dei gatti.

In generale leggendo il romanzo si ha l’impressione di rivedere le più note scene di naufragio di tanti film che sicuramente da questo testo hanno tratto ispirazione.

Mi è piaciuta molto la positività dell’autore che invita, anche nelle situazioni pegiori, a cercare qualcosa di positivo. In ciò  ho rivisto in parte il gioco della felicità di Pollyanna.

2019: Continua la serie delle mie affermazioni abbastanza bigotte. Trovo particolarmente interessante ed affascinante l’itinerario di viaggio del protagonista e le varie terre che visita\attraversa. Una piccola rivalutazione a livello psicologico del famoso gioco di Pollyanna: questo marcato ottimismo può funzionare per momenti brevi, poi rischia di diventare patologico e di portare ad una negazione degli eventi negativi. Ma questa riflessione va davvero troppo oltre: De Foe nel 1719 non ci avrebbe mai pensato.

Robinson Crusoe, D. De Foe, 1719

 

I viaggi di Gulliver

Mettendo  ordine fra le mie cose, oltre ad oggetti dimenticati appartenenti ad una vita fa, può capitare di ritrovare diari di viaggio (i racconti più vecchi sono dei viaggi del 2008) e appunti/recensioni di libri letti. Vi propongo la mia personale idea su questo libro, datata 2010.

i-viaggi-di-gulliver

2010:La trama è nota ai più: Gulliver compie una serie di viaggi che lo porteranno in situazioni fuori dal comune in cui si ritroverà, ad esempio, ad essere un gigante o un nano a seconda del popolo con cui si rapporterà…

E ‘ un testo ricco di fantasia e descrizioni a volte fin troppo cariche di particolari: mi ha fatto sorridere infatti l’affermazione ripetuta dell’autore di non voler  dilungarsi troppo, e al contrario poi però si dilunga.

Non ho gradito il soffermarsi, seppure in modo scherzoso ed ironico, su urine e feci e, seppure si tratti di un libro per ragazz,i a mio avviso loro sarebbero attratti solo dal capovolgimento delle dimensioni naturali e da tutte le situazioni simpatiche che ne derivano.

Troppi i riferimenti sessuali e politici.

2019: Ero decisamente troppo pudica ed un po’ bigotta!

I viaggi di Gulliver, J. Swift, 1726

(foto dal web)

Come se tu non fossi femmina

Un amico in comune con l’autrice (si, ho amici in comune con scrittrici molto brave) mi ha regalato questo libro sapendo che mi sarebbe piaciuto, ma non pensando minimamente che il suo argomento principale è il viaggio e che quindi sarebbe potuto finire sul mio blog.

È un libro che parla di un viaggio che si interseca con altri viaggi.

Lui, il padre di famiglia, si vede revocare le ferie all’ultimo minuto. Lei, l’autrice, giornalista e madre della Novenne e della Seienne, non si perde d’animo e decide di partire comunque, con le due bimbe,per il viaggio che era stato organizzato in Croazia.

È l’occasione per un itinerario di formazione sul significato di essere donna.

Cinquanta lezioni che la madre ha imparato e vorrebbe trasmettere alle figlie: dall’essere felici prima di occuparsi della felicità altrui al nutrirsi di grandi libri; dal celebrare i propri fallimenti al riconoscere i propri limiti (senza farsi ostacolare dagli stessi); dal circondarsi di amiche più brave di noi alla mia preferita: regalare ambizioni. Quanto ci ho riflettuto! Cosa regalare ed a chi? E quale ambizione potrei ricevere in dono?

Gli spunti di riflessione si sprecano: la bellezza, i generi, l’educazione (utili anche per me come insegnante), i social, i libri. E tanti dei libri citati li ho letti anch’io. Aumenta la confidenza: mi sembra di conoscere davvero lei e le sue due figlie (non sarà che mi ricordano i miei piccoli alunni?). Quel modo adorabile di appellarle (la Novenne e la Seienne) mi riporta con la mente ad un blog che seguo Papà travel experience, in cui la piccola è chiamata dal padre “L’infante”. Sorrido.

È indubbiamente un bel libro non solo perché lo stile agile e snello ti conquista fin dalle prime pagine. È bello anche da toccare e da guardare (ha una copertina bellissima) e la cara ANNALISA Monfreda mi perdonerà se portandomelo in spiaggia, in queste prime afose giornate estive, la sabbia ed il caldo lo hanno un po’ rovinato. Ora ha un aspetto più vissuto. Un po’come me che sull’ultima pagina mi domando: “Quante di queste lezioni ho già imparato?”. E rendendomi conto di aver risposto ad una provocazione di Luigi con un “Non si può essere brave a far tutto” di sicuro ho assimilato la lezione n.24.

E mi accorgo soprattutto che anche la mia mamma, come la mamma dell’autrice, pur avendo fatto tantissimo per me, in alcuni contesti, non ha fatto, regalandomi così la libertà…di essere femmina!

Annalisa Monfreda, Come se tu non fossi femmina, Mondadori 2018.

La libertà viaggia in treno

C’è stato un tempo in cui ho vissuto a Trento e lavorato a Verona. Clara una volta mi ha chiesto “ma quando? In un’altra vita?”In realtà era qualche anno fa. In quel tempo (notare la citazione evangelica) facevo la pendolare e ogni giorno prendevo il treno a/r sulla tratta Trento/Verona. La mia storia comincia lì…

Stazione di Verona.È un tardo pomeriggio di primavera. È un giorno di pioggia (come quello in cui Andrea e Giuliano incontrano Lycia per caso).

Salgo sul treno, scelgo un posto accanto al finestrino, come piace a me, e tiro fuori dalla borsa il mio libro. Difronte a me una ragazza ed un ragazzo assorti nelle loro cose. Ci scambiamo un’occhiata fugace mentre fuori continua a piovere.

Il treno è in ritardo e noi 3 sconosciuti cominciamo a scambiarci commenti ed impressioni. E continuiamo a parlare quando ci fanno scendere dal treno e poi quando ci fanno risalire su un altro vagone. E parliamo ancora per quell’oretta che il treno impiega per percorrere la tratta che separa le due città. Alla fine del viaggio lui, D., educatamente ed in modo titubante propone di scambiarci i numeri. Io e K. accettiamo, con la promessa di rivederci il sabato successivo per bere una birra. Manteniamo la promessa e nasce una bella amicizia.

Quell’estate, ormai tornata in Puglia, una sera i due mi chiamano e mi dicono che hanno continuato a vedersi e che è nato l’amore. Oggi stanno ancora insieme.

Ho ripensato a questa storia appena ho cominciato a sfogliare questo libro di racconti legati al treno, il mio regalo di Natale da parte di Antonietta.

È il secondo libro che leggo di quest’autore e dopo i primi capitoli riconosco lo stile che mi ha fatto innamorare di Controvento.

Quegli incipit che sembrano verità assolute da cui si dipanano le storie, i racconti in cui quelle parole iniziali poi torneranno a dare un senso compiuto alle vicende. Incipit che sottolineo con bramosia (lo so Ni che adorerai questa parola), come parole di vita.

Con quelle parole e quelle storie è come se l’autore parlasse ad ognuno di noi, di ognuno di noi. Sono storie di treni e di gente che quei treni li ha presi. Ed ogni passeggero potrei essere io, soprattutto se in quei posti ci sono stata davvero (es. stazione atocha di Madrid): potrei essere la fidanzata dalla montagna di ricci non salutata nel giusto modo dal fidanzato, o una delle sue amiche che “hanno quell’età in cui si comincia a riflettere sulla vita”, oppure un altro qualsiasi dei suoi personaggi…

Ciò che conta è che ogni viaggio raccontato suscita tantissimi spunti di riflessione su luoghi, persone, cose.

Ogni descrizione è una pennellata di luce e colore, fatta di scene vere, vivide, concrete, che avresti voluto descrivere esattamente con quelle parole ed anche se non le hai mai viste ti sembra di averle vissute sulla tua pelle.

L’autore, che definisce se stesso “il viaggiatore” riesce con maestria a toccare anche temi attuali molto delicati come quello dei migranti.

Un libro che sicuramente ha ribadito il mio amore per il viaggio in treno: sono rimasta sconcertata dal fatto che alcuni miei piccoli alunni di 5 anni, abituati a prendere l’aereo per compiere viaggi intercontinentali, non siano poi mai saliti su un treno…

Ovviamente il mio capitolo preferito è quello che parla delle Ferrovie Appula-Lucane, quelle che collegano Bari a Matera e che negli anni dell’università ho preso abitualmente. La descrizione della tratta è puntuale: la roulotte con i vetri rotti è lì così come Toritto, il mio paese, ha trovato spazio fra le righe dell’autore che amo. Un’emozione unica.

Grandi emozioni mi aspetto anche dagli altri suoi libri: Senza Volo e Scintille (che uscirà il prossimo 28 maggio). Restate in ascolto…

La libertà viaggia in treno, Federico Pace, Laterza Editore

L’oasi e il Calvario delle Orie

Dopo aver recensito il suo libro “l’Ombelico del Mondo”, quasi un anno fa, tramite amico in comune, l’autore, Pier Luigi Betturri, mi ha regalato questa nuova sua creazione.

L’oasi si trova presso Configno, una delle 69 ville di Amatrice, ora in provincia di Rieti, e nasce come oasi di speranza per la città gravemente colpita dal sisma (anche nel numero dei suoi residenti).

Il terreno su cui sorge il sito naturalistico è di proprietà della famiglia dell’autore,ad esso legato da strettissimi vincoli affettivi fin dall’infanzia.

Tutta l’oasi è ispirata all’Enciclica Laudato Sii di Papa Francesco, lascia grande spazio, nelle opere d’arte che ne abbelliscono il paesaggio, alla figura di S. Francesco d’Assisi e di De Andrè.

Attraverso un’attenta studio zoologico vi sono stati inoltre reintrodotti daini e cervi.

Grazie a questo libro ho scoperto l’esistenza della ricciera, sistema naturale per conservare le castagne.

L’oasi ed il museo di Configno sono aperti gratuitamente e su richiesta.

Per info: http://www.museoconfigno-oasiorieterme.it/oasi-orie-terme/

I bar a Roma

Dopo qualche settimana di silenzio (tanti pensieri e tante cose da fare) eccomi qui con un nuovo libro di cui parlarvi. Me l’ha prestato il mio amico Michele quando gli ho raccontato del mio progetto legato a “101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita”. Ci ho messo un po’ ma l’ho letto tutto e mi è piaciuto.

Stefano Sgambati, l’autore, li ha provati davvero tutti questi bar. E per ognuno ha un aneddoto, un personaggio da presentare, che mostra il bar in questione, fa conoscere un prodotto specifico (es. il cremolato) o un luogo.

Stefano Sgambati ha un’ironia sottile e divertente e riesce, con la scusa del bar,a parlare della storia, del cinema, della gente, persino del traffico di Roma.

Leggendo il libro decido che si, alcuni di questi bar voglio proprio provarli, non fosse altro che per entrare in alcuni di quelli che ho sempre visto e la cui soglia non ho mai attraversato.

Mi stupisco però di avere già un’esperienza diretta di tanti locali fra quelli citati dall’autore, così come ormai, dopo quasi 5 anni di vita romana, ho aneddoti miei legati a luoghi arcinoti della città.

In realtà mi piacerebbe entrare nei bar di Sgambati per vedere quei luoghi così sapientemente descritti e incontrare quelle persone di cui lui parla e di cui ormai io sono una fan, quasi fossero i personaggi di un romanzo o di un film.

Mi piacerebbe andare da Bibli a Trastevere per bere un caffè (macchiato please) e comprare un libro. Vorrei andare alla casa del Cremolato per assaggiare il Martini fatto dal proprietario che corre a preparartelo anche se è in pensione o al bar Il Cigno, ai Parioli, che ha gli interni disegnati da Luigi Moretti (l’architetto!). Una sosta la farei anche al Palazzetto, che praticamente ha la propria cantina sotto la scala di Trinità dei Monti. Questi solo per citarne alcuni…

E il grande interrogativo “ci saranno ancora tutti? Avranno chiuso?” muore davanti a pagine che sfiorano la poesia come quella in cui l’autore parla dei bar e di Roma di notte.

Dopotutto il bar è sempre un punto di partenza. Con la mia amica Angela R., collega di un corso universitario, una volta chiacchieravamo del nostro ipotetico trasferimento a Roma per questioni sentimentali e del fatto che il bar potesse essere il trampolino di lancio per la nostra esperienza lavorativa.

Angela:-” Carmen ma tu lo sai fare il cappuccino?”

Io:-“No, ma posso sempre imparare”.

Ho imparato. Anche se non ho mai lavorato in un bar.

Almeno fino ad ora.

P.S. Grazie del prestito Mike!

I bar a Roma, Stefano Sgambati, ed. Castelvecchi

Piccola orsa

Accompagnate dallo scorrere delle stagioni Piccola Orsa e Grande Orsa intraprendono un viaggio nel mondo. È il viaggio della crescita.

Il viaggio inizia in primavera, dopo il letargo degli animali e di tutta la natura.

Piccola Orsa impara cosa sono l’amicizia e la gentilezza e cosa significa estate.

Impara a pescare ed a nuotare. Ed in questa sua esplorazione della vita Grande Orsa le è sempre accanto.

Arriva così l’autunno e poi l’inverno. Madre e figlia escono dalla foresta e guardano la valle imbiancata dalla neve. Si dirigono verso la loro vecchia tana e si addormentano insieme nel profumo della loro casa.

Le emozioni che suscita il racconto sono messe ancor più in evidenza dalla potenza del bianco e nero delle immagini. Sfogliare per credere…

P.S. Le immagini che accompagnano il post sono i miei esercizi (ormai soliti) con i pastelli acquerellabili.

Piccola Orsa, Jo Weaver, edizioni orecchio acerbo

Dello stesso autore vi ho già parlato di Piccola Balena