Altan. Pimpa, Cipputi e altri pensatori (MAXXI -Roma-)

Dalla mia casa ripercorro i mesi appena trascorsi e le tante mostre viste a Roma di cui non ho avuto modo di scrivere: da Canova agli Impressionisti segreti ed alla fotografa Inge Morat. Con i bimbi della mia classe siamo stati anche al MAXXI per la mostra sulla Pimpa.

Ammetto che non è stata un’esposizione che mi ha presa molto ma per gli appassionati sarà stata e sarà sicuramente un’esperienza che merita.

Tutto il percorso artistico dell’autore raccontato attraverso disegni originali, poster, illustrazioni, schizzi…

A cura di Anne Palopoli e Luca Raffaeli è realizzata in coproduzione con Fondazione Sales e Franco Cosimo Panini Editore.

Attraverso l’artista tutto è messo in discussione (un po’ come in questi giorni caratterizzati dall’emergenza COVID-19). Ciò che salva è lo sguardo incantato di Pimpa, una cagnolina che guarda l’universo e le regole del mondo con sguardo curioso e, diremmo oggi, con gli occhi a cuore.

Da vero esponente dell’arte contemporanea Altan, attraverso i suoi personaggi, afferma cose, esprime concetti che ci fanno subito dire “lo potevo fare anch’io”. Ma l’intuizione l’ha avuta lui, è sempre un passo davanti a noi, spaziando fra fumetti d’avventura e disegni per l’infanzia, passando da romanzi illustrati a vignette e sceneggiature. E così illumina il nostro pensiero sul presente e sul mondo.

La mostra è articolata in più sezioni: Altan prima di Altan (schizzi e disegni in cui l’artista è alla ricerca del suo stile); Trino e il primo Altan (la prima vignetta è su Linus nel giugno del 1973 e Trino è il suo primo personaggio); vignette (ritratti amari dei suoi noti personaggi: bambini, casalinghe, pensionati); feuilletton (fumetti lunghi, a volte comici a volte no); Altan illustratore (la parte che preferisco, motivi personali…le illustrazioni dei libri di Rodari e Piumini); Altan e il cinema (dall’esordio in Brasile fino ad un documentario sulla sua vita); Pimpa e i suoi amici (entrare fisicamente nel mondo giocoso della famosa e curiosa cagnolina).

Una mostra che catturerà gli appassionati ed una organizzazione ricca ed impeccabile dell’aspetto divulgativo e dei servizi educativi.

https://www.maxxi.art

Le sculture di Bruno Catalano e il mio spirito viaggiatore a cui manca un pezzo

È così che mi sento in questi giorni: come alle opere di questo artista anche a me manca qualcosa. Le sue sono sculture che rappresentano uomini e donne viaggiatori, con la valigia sempre in mano (dislocate da Marsiglia a Singapore). La loro particolarità però è una voragine, uno strappo nello stomaco. In questo tempo difficile di solitudine e chiusura anche la mia anima viaggiatrice si sente bucata, incompleta, le manca un pezzo. “Resistiamo”, “restiamo a casa” sono frasi che in questi giorni stiamo sentendo e leggendo ovunque. Anche io ovviamente ho fatto miei questi principi e li sto mettendo in pratica. Passerà tutto, mi dico e vi dico…

Per ora colmiamo le assenze e le distanze con la bellezza, ad esempio con quella delle sculture di Bruno Catalano.

I vuoti delle sue opere si riempiono di passato e di presente, di ricordi e di attese, di futuro e di quel che verrà.

Ma nella mano i suoi viaggiatori portano sempre un bagaglio, ricco di esperienze, saperi, vita vissuta. Infatti non c’è viaggio che, per quanto bello e atteso possa essere, non rechi in sè una frattura, una lacerazione fra ciò che eravamo prima è ciò che siamo diventati. Sono solo le esperienze e le memorie che teniamo in valigia a sanare queste “ferite”. Il viaggio di queste sculture è il viaggio dell’umanità.

E ognuno ha il suo bagaglio: dalla ventiquattrore allo zaino, dal trolley alla valigia di cartone. E pensate che lo scultore ha una collezione di borse da viaggio che si amplia nei suoi spostamenti per il globo. Perché lui di viaggi ne ha fatti davvero tanti!

Infatti, terzo figlio di un’umile famiglia siculo-marocchina, a 15 anni si trasferisce a Marsiglia per poi lavorare come marinaio per 3/4 anni e successivamente scoprire la scultura ed applicarvisi da autodidatta. Dapprima realizzerà così statuette più piccole in una fonderia improvvisata in casa. Poi passerà ad opere monumentali con due fonderie esterne: una a Bologna ed una in Francia.

La sua scultura più lacerata è César, un autoritratto. L’ispirazione, dice lui stesso, gli viene dalla sua vita: dallo sradicamento, dalla perdita di persone care, dal fragile equilibrio dell’esistenza. Così come in equilibrio instabile sono i bronzi che scolpisce. Sculture uniche e diverse, anche se di ognuna vi sono 8 copie e 4 prove d’artista. Esseri umani vestiti di tutto punto, con gli orologi ai polsi e i mocassini ai piedi.

I suoi personaggi sono quindi uomini e donne da lui realmente incontrati (dal businessman all’hipster) ed a cui l’artista affianca la rispettiva valigia. Oggetto che diventa nucleo fondamentale dell’opera: i viaggiatori hanno troppi squarci per restare in piedi e solo la “zavorra” del bagaglio può raccogliere e contenere i pezzi mancanti, le aspettative, i progetti, i ricordi, le nostalgie ed i legami, la voglia di vivere e di viaggiare.

Come il vuoto dei bronzi faccio in modo che il mio vuoto di questi giorni diventi possibilità, opportunità, che si aprano nuovi scenari e susciti in me (ed in noi) la fantasia di ciò che potrà essere e che sicuramente sarà.

Un invito a posare le valigie ed a lasciare, seppur per un attimo, che i pensieri siano sospesi tra passato, presente e futuro. Perché nonostante tutto la vita non si ferma, si continua a camminare e si è parte di un viaggio perenne. Anche se al momento ci si sente fermi.

Interrogarci e cercare di dare un senso logico a tutto ciò che ci sta succedendo non ci porterà da nessuna parte, così come non riusciremo mai a comprendere razionalmente i viaggiatori di Bruno Catalano. Dobbiamo solo fonderci col momento e con queste opere. Solo allora comprenderemo che non c’è luogo reale o immaginario che non potremo raggiungere. Certo non a breve eh!

Per ora #iorestoacasa. Poi torneranno i viaggi…

Foto dal web

Sito ufficiale: https://brunocatalano.com

Tornare a Bologna

In questi giorni di stacco forzato spero di riuscire finalmente a postare alcuni articoli in sospeso, come questo relativo al mio we a Bologna.

Giorno 1
Ancora una levataccia pre-partenza, ma non fa freddo come immaginavo.La città, nei 10 minuti che impiego da casa alla metro, pare svegliarsi. Ma i vagoni della metropolitana sono pieni anche a quest’ora. Il viaggio in treno scorre rapido fra chiacchiere ed un sonnecchiare scomposto. L’orologio della stazione centrale è fermo alle 10.25 da quasi 40 anni.
La mattinata ed il pranzo sono da FICO Eataly World: tigelle e gnocco fritto la fanno da padroni. La candelora a San Petronio, le biciclette ed i portici. La Gamberini Bag finalmente mia, i cappellacci con la zucca e le sorprese. Ritrovarsi a togliere la cera dal pavimento e rinunciare al tour by night…

Giorno 2

La nebbia ed il freddo che ti penetra nelle ossa (mi direte: “Beh se viaggi a febbraio devi metterlo in conto”). Noi che percorriamo, non si sa perché, strade di periferia e ponti verso il nulla. Nelle città bisogna tornare, è proprio vero: così questa volta, alla basilica di San Luca, salgo anche sulla cupola, per ammirare i colli bolognesi con una vista a 180 gradi, anche se l’esperienza di oggi era più da “Viandante su un mare di nebbia”. Il cibo è sempre una garanzia e poi una sosta caratteristica alla Decathlon di Casalecchio di Reno. Sotto la Torre degli Asinelli Un incontro fugace ma sentito con un caro amico e dopo gustare ancora la meraviglia di Santo Stefano con una guida d’eccezione. Riaffacciarsi alla finestrella sul canale prima di riprendere il viaggio in treno.

Nello zaino la guida per il mio prossimo viaggio.

Ma… “Qualcuno ha detto JUST EAT?”(cit.)

Qui trovate il post sul mio precedente viaggio in città: Bologna 2019

Info pratiche:

  • Abbiamo soggiornato in comodissimi appartamenti “Nel sole”;
  • Pranzo a Casalecchio di Reno: Castellinaria;
  • Cena in centro città: Osteria delle Donzelle;
  • Per un pranzo o una cena più easy consigliata Dispensa Emilia;
  • Colazione senza dubbio da Impero (già provato lo scorso anno): da assaggiare i cornetti alla pesca sciroppata!

Foto mie o dei miei compagni di viaggio!

Tre giorni in Costiera Amalfitana

Un silenzio forzato, perché a volte nella vita l’unica cosa che si può fare è tacere. Ma poi piano piano bisogna ricominciare. Piccoli passi possibili. Questo è il mio piccolo passo di oggi: il riassunto del mio ponte dei santi in Costiera amalfitana…

Giorno 0

Passo direttamente dal lavoro alla stazione. Una stazione che è una bolgia di partenze e ritardi. E il mio treno non fa eccezione. Nell’avere amici ovunque Salerno non fa differenza. La cattedrale ha una cripta barocca dai colori delicati. Sulla pizza i prodotti tipici: bufala e pomodorini gialli.

Il gruppo del we mi recupera e fra tornanti, semafori e un po’ di pioggia raggiungiamo Maiori/Minori con un arrivo degno di Bisio in “Benvenuti al Sud”. Accendere i termosifoni e uscire a comprare la cena (per chi non ha cenato).

Giorno 1

Tornanti, tornanti e ancora tornanti. Ma un insperato sole dona riflessi spettacolari al mare. Non ho portato gli occhiali da sole e Raf fa fronte alla mia mancanza prestandomi un paio dei suoi. Niente traffico sulla litoranea, ed anche questo è qualcosa d’inatteso. A Sorrento si chiamano tutte Carmen ed è tutto dedicato al suo più illustre cittadino: Torquato Tasso. Sappiate che qui duomo e cattedrale sono la stessa cosa anche se le indicazioni non sono concordi. La villa comunale offre una vista sul mare spettacolare e nelle orecchie riecheggiano le parole di Caruso…”davanti al golfo di Sorrento…”. Limoni e limonata sono ovunque mentre il “cecato” di Sorrento proprio non si è visto. “Hai il cuore di non tornare?” Le frasi della famosa canzone “torna a Surriento”sembrano essere rivolte a me. Marina grande profuma di frittura di pesce ed è deliziosa con le sue casette color pastello.

Sulla spiaggetta sotto la chiesa maggiore di Positano il cielo ha ormai assunto le gradazioni del violetto. Il tramonto è vicino. Una coppia di turisti orientali lascia che un fotografo locale immortali il loro amore, intanto una bimba bionda con un vestito che ricorda la coda di una sirena si diverte a lanciare ciottoli in mare.

Un sentiero coperto di bouganville e capire il senso della moda mare diffusasi da questa località negli anni ‘60. Una folta colonia di gatti, un pezzo di caprese e gli scialatelli…

Giorno 2

Uno scroscio d’acqua temporalesco ci accoglie al risveglio ma la colazione da Pasticceria Sal De Riso – Minori scaccia via nuvole e malumore.

L’antica repubblica marinara di Amalfi conquista il mio cuore all’istante, col colpo d’occhio del duomo arabeggiante che emerge svoltando l’angolo.

Poi una visita al Chiostro del Paradiso ed al museo della carta, da cui esco con un quadernino con le mie iniziali marchiate. Lo userò per prendere appunti nei prossimi viaggi. Un piatto di gnocchi alla sorrentina , le ceramiche, i parcheggi che costano una fortuna ed un fiore di ibiscus protagonista delle nostre fotografie.

Ravello è famosa per il festival della musica voluto da Cosima, la moglie di Wagner. Due ville (Cimbrone e Rufolo) e il duomo con il famoso pulpito ed il portale bronzeo di Barisano da Trani. Una sosta al supermercato per necessità e per diletto e confermare un buon senso dell’orientamento per tornare a casa attraverso strade nuove.

Giorno 3

Folate di vento fortissimo ed a tratti brevi rovesci di pioggia. Ma il mio impermeabile a pois resiste a tutto.

Vietri sul mare è senza dubbio il centro più importante della ceramica costiera, con i suoi asinelli portafortuna e la tabella di Persepoli a noi sconosciuta. È proprio vero che in viaggio si imparano un sacco di cose.

E siamo di nuovo a Salerno, dove il weekend è iniziato e da dove ognuno riprende la sua strada. Non senza aver prima provato a scattare foto particolari in movimento ed essermi sperimentata come guida in un percorso imparato solo 3 giorni fa.

La tanto temuta pioggia la incontro a Roma, nel tragitto fra la metro e casa.

Le foto sono mie o dei miei fantastici compagni di viaggio.

Informazioni utili

  • A Salerno consigliati: Pizzeria Granammare, Terra mia, Grancaffè Canasta e Caffè Mazzini.
  • A Maiori: Osteria dell’Olmo e Ristorante la Vela; BeB Santa Rita.
  • Colazione da Sal de Riso o da Gambardella a Minori.
  • A Positano: Collina Bakery.
  • Ad Amalfi: ristorante Porto Salvo

Costiera amalfitana (giorno 3)

Folate di vento fortissimo ed a tratti brevi rovesci di pioggia. Ma il mio impermeabile a pois resiste a tutto.

Vietri sul mare è senza dubbio il centro più importante della ceramica costiera, con i suoi asinelli portafortuna e la tabella di Persepoli a noi sconosciuta. È proprio vero che in viaggio si imparano un sacco di cose.

E siamo di nuovo a Salerno, dove il weekend è iniziato e da dove ognuno riprende la sua strada. Non senza aver prima provato a scattare foto particolari in movimento ed essermi sperimentata come guida in un percorso imparato solo 3 giorni fa.

La tanto temuta pioggia la incontro a Roma, nel tragitto fra la metro e casa.

Costiera amalfitana (giorno 1)

Tornanti, tornanti e ancora tornanti. Ma un insperato sola dona riflessi spettacolari al mare. Non ho portato gli occhiali da sole e Raf fa fronte alla mia mancanza prestandomi un paio dei suoi. Niente traffico sulla litoranea, ed anche questo è qualcosa d’inatteso. A Sorrento si chiamano tutte Carmen ed è tutto dedicato al suo più illustre cittadino: Torquato Tasso. Sappiate che qui duomo e cattedrale sono la stessa cosa anche se le indicazioni non sono concordi. La villa comunale offre una vista sul mare spettacolare e nelle orecchie riecheggiano le parole di Caruso…”davanti al golfo di Sorrento…”. Limoni e limonata sono ovunque mentre il “cecato” di Sorrento proprio non si è visto. “Hai il cuore di non tornare?” Le frasi della famosa canzone “torna a Surriento”sembrano essere rivolte a me. Marina grande profuma di frittura di pesce ed è deliziosa con le sue casette color pastello.

Sulla spiaggetta sotto la chiesa maggiore di Positano il cielo ha ormai assunto le gradazioni del violetto. Il tramonto è vicino. Una coppia di turisti orientali lascia che un fotografo locale immortali il loro amore, intanto una bimba bionda con un vestito che ricorda la coda di una sirena si diverte a lanciare ciottoli in mare.

Un sentiero coperto di bouganville e capire il senso della moda mare diffusasi da questa località negli anni ‘60. Una folta colonia di gatti, un pezzo di caprese e gli scialatelli…

Frida Kahlo: il caos dentro – Spazio eventi Tirso- Roma

Ottobre è mese di inizio mostre e Roma non fa eccezione. Da tempo circolavano link ed notizie su questa mostra dedicata a Frida. Da appassionata e con l’ipotesi di portarci i bimbi della mia classe in gita (lo Scorso anno scolastico ho parlato loro della pittrice e loro ne sono rimasti affascinati) decido di iniziare le mie visite proprio da questa mostra. Alcune avvisaglie del fatto che non fosse una buona esposizione mi raggiungono attraverso voci di corridoio: do’ loro il giusto peso e decido di verificare comunque di persona…

La mostra si propone come un’esperienza immersiva ma, a mio avviso, di immersivo ha ben poco. Forse potrebbero essere considerati immersivi la ricostruzione degli ambienti: l’esterno della casa Azul (la casa a Città del Messico in cui l’artista visse da bambina e poi assieme al suo grande amore, il pittore Diego Rivera); la camera da letto (anche se a Sara è sembrata la cella di Padre Pio) o lo studio dell’artista.

Anche la parte più interattiva, con i visori per la realtà aumentata, era poco curata: solo due visori di cui uno, al momento della mia visita, ta anche danneggiato.

Si tratta comunque di riproduzioni, così come riproduzioni sono i vestiti di Frida, le opere (per lo più autoritratti) in formato modligh (praticamente su schermi) e le lettere scritte o ricevute dalla pittrice messicana. Alla fine del percorso di mostra vi è un’unica opera a lei attribuita (neppure certa): “Bambina con aeroplano”.

Non posso negare la bellezza degli scatti intimi e personali che il fotografo Leo Matiz eseguì per Frida: l’artista è immortalata nella sua quotidianità (il quartiere, la casa, gli amici, l’amore).

Personalmente però non sono riuscita a cogliere il legame fra il titolo scelto per la mostra (il caos dentro) e l’esposizione stessa. L’intento era quello di mostrare come dal caos possa nascere la bellezza (“Bisogns portare in sè un caos per generare una stella danzante”-Nietzsche-) e come l’arte sia una “ferita trasformata in luce”(Georges Braque).

Purtroppo non sono uscita dalla visita arricchita, essa non ha apportato nulla di nuovo alla mia conoscenza sull’artista. E non parlo qui da storica dell’arte, poiché il mito di Frida è talmente tanto noto che i più conoscono la sua storia personale e la sua arte.

In una sezione della mostra alcuni artisti più o meno contemporanei si confrontano proprio con questo mito realizzando opere in cartapesta o dipingendo busti (in riferimento a quello che l’artista fu costretta a portare per buona parte della sua vita e che fece emergere le sue doti pittoriche).

Un’altra sezione, originale, è dedicata ai francobolli emessi da vari paesi (Messico, USA, Maldive , Togo, Niger,ecc.) in occasione delle ricorrenze legate all’artista. Frida infatti è stata la prima donna ispanica ad essere ritratta su un francobollo americano.

Ma didatticamente per me la mostra non va: l’illuminazione non è buona (in alcuni punti i pannelli sono proprio al buio); sotto le riproduzioni le didascalie sono minuscole e mancano i luoghi di collocazione degli originali (per la maggior parte in collezioni private). Forse sarebbe stata utile la presenza di un’Audi o guida che però non c’è…

Insomma, si è capito…pur amando Frida, la mostra non mi è piaciuta.

Qualcuno di voi l’ha vista? Che ne pensate?

Diego Rivera

Pittore e moralista messicano, famoso per la tematica sociale delle sue opere. Ateo e vicino al partito comunista.

Quando incontró Frida per la prima volta, lui aveva 36 anni e lei 25 ma lui fu colpito dalla fierezza di lei e dalla luce che le illuminava lo sguardo. Si sposarono nel 1929 dopo il secondo divorzio di lui. Nonostante i vari reciproci tradimenti, il divorzio ed il loro secondo matrimonio, il

Loro amore fu in grado di superare tutto.

Leo Matiz

8 mogli, 5 figli, amico di Gabriel Garcia Marquez. Ospitó nel suo studio la prima mostra di Botero e fotografó, oltre a Frida e Diego Rivera, anche altri noti personaggi come Pablo Neruda.

Sua figlia oggi segue la fondazione del padre a Bogotá e le sue foto fanno parte anche delle collezioni del MoMa di New Uork e della Tate a Londra.

Frida Kahlo

Nasce nel 1907 alla periferia di Città del Messico e vive in famiglia instaurando un bellissimo rapporto con il padre. A 6 anni si ammala di poliomielite che le deformerà uno degli arti inferiori. Nel 1922 si iscrive alla facoltà di medicina. Nel 1925 ha un bruttissimo incidente che le causa una serie di fratture e la costringe a portare a lungo un busto. È in questo periodo di convalescenza che Frida inizia a dipingere. Si iscrive al partito comunista; sposa Diego Rivera nel 1929 ma a causa dell’incidente non riesce a portare avanti le gravidanze…

La coppia vive fra tradimenti, riappacificazioni, trasferimenti in America e ritorni in Messico.

Nel 1938 Breton le organizza una mostra personale a New York e l’anno successivo le sue opere saranno apprezzate da Picasso e Kandinskij a Parigi.

Il 1953 è l’anno dell’amputazione della gamba e della personale a Città del Messico, a cui parteciperà sdraiata su un letto. Morirà l’anno seguente.

Info: spazio eventi Tirso (Roma) fino al 29 marzo

http://www.spazioeventitirso.it/frida-kahlo-il-caos-dentro/

(Le foto sono mie e di Anto)

101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita: 15 Trovarsi dove riposano gli organi interni dei Papi

Non scrivo da un po’. In queste settimane ho trascurato parecchio il blog e la pagina ad esso collegata. Sono state settimane molto impegnative per me dal punto di vista personale: basta dire che ho affrontato il temutissimo trasloco. Però sono riuscita anche a leggere ed a buttare giù qualche nuova idea per ripartire alla grande con viaggiatrice da grande.

Per prima cosa un post sulle “101 cose da fare a roma almeno una volta nella vita”. Quando racconto ad amici e conoscenti di questo libro e di come io le abbia fatte tutte tranne una (la chiesa di Santa Susanna è in restauro da anni), tutti mi chiedono quale sia l’esperienza che mi è piaciuta di più o la più strana. Questa fra le 101 cose è sicuramente una delle più particolari…

Chiesa Santi Vincenzo e Anastasio (Roma)

Chiesa Santi Vincenzo e Anastasio (Roma)

Se siete stati a Roma e nei suoi luoghi simbolo, allora sicuramente avrete intravisto questa chiesa, seppur distrattamente e dall’esterno.

L’edificio in questione si trova infatti esattamente difronte la più nota Fontana di Trevi.

All’interno della chiesa, dedicata ai Santi Vincenzo ed Anastasio (due santi orientali),risistemata per volontà del cardinale Mazzarino, in seguito ad autorizzazione papale, sono custoditi gli organi interni di 21 Papi , da Sisto V (1590) a Leone XIII (1903). Un vano nascosto presso l’altare maggiore cela i precordi, tali organi interni, detti bonariamente, dal popolo romano, le frattaje. Da qui l’appellativo dato all’edificio: chiesa delle frattaje o canneto, per le diciotto colonne che ne ornano la facciata datata 1646. Mazzarino vi fece inserire anche il proprio stemma ed il busto di una sua nipote, unicum nell’arte romana di ritratto laico sulla statua di una santa. Anche le due figure a seno nudo sono una novità per le chiese di Roma.

Si tranquillizzino i più suscettibili: le famose reliquie non sono visibili e quindi la visita alla chiesa, inserita nelle 101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita, ha un puro valore ideologico. Difatti l’edificio, pur avendo tanto valore per il popolo ecclesiastico, in realtà svolge la sua funzione di scrigno con discrezione, non avendo opere d’arte di rilievo che attirino i visitatori.

L’interno è stato inoltre molto rimaneggiato nel corso dei secoli in seguito al rifacimento della facciata.

Snobbare la Fontana dirimpettaia e soffermarsi su questa chiesa potrà far godere di un momento di riposo dalla ressa dei turisti che si affannano con selfie e lanci di monetine. E farà ripensare a quando la Fontana di Trevi fu costruita e tutto il Rione lì intorno fu risistemato: quanti e quali personaggi coinvolti nelle opere di edificazione e risistemazione devono essersi soffermati sul sagrato di questa chiesa?

Approfondimenti

Chi sono i personaggi nominati in questo articolo.

Mazzarino: nato in Abruzzo, crebbe a Roma, dove divenne professore di teologia. Nel 1634 fu inviato ad Avignone come vice legato pontificio, divenendo poi nunzio apostolico a Parigi. Fu il cardinale Richelieu ad introdurlo presso la corte di Luigi XIII. Nel 1639 fu ordinato cardinale e dopo un breve soggiorno a Roma tornó in Francia. Nel 1643, alla morte di Luigi XIII, data la minore età di Luigi XIV, Mazzarino assunse l’incarico di reggenza. Fu molto attento nella politica interna e spregiudicato in quella esterna. Morì nel 1661 a Vincennes.

Papa Sisto V: le sue origini in una famiglia umile delle Marche lo portarono ad entrare all’età di 9 anni nell’ordine dei frati minori conventuali. Cresciuto, giunse a Roma come predicatore ed ottenne la stima di San Filippo Nero e Sant’Ignazio di Loyola. Fu inquisitore e docente presso l’Università di Venezia e presso La Sapienza. Cardinale dal 1570, fu eletto Papa nel conclave del 1585. Il suo pontificato si inserisce nel percorso della Controriforma e dell’attuazione dei precetti del Concilio di Trento. Revisionó il collegio Cardinalizio, fece ultimare la costruzione della Cupola di San Pietro (Fontana e Giacomo della Porta); ordinó la costruzione del nuovo palazzo Lateranense. Fece restaurate la colonna Traiana e quella di Antonino e vi fece posizionate al di sopra le statue di San Piegro e San Paolo. Fece costruire un nuovo acquedotto, (acqua Felice), il primo dopo gli acquedotti d’epoca romana. Canonizzó San Diego d’ Alcalà.

Morì di malaria nel 1590 e fu sepolto nella basilica di Santa Maria Maggiore.

Papa Leone XIII: è ricordato come il Papa delle encicliche poiché ne scrisse ben 86. Nato in una famiglia della piccola nobiltà rurale, fu per circa 30 anni arcivescovo di Perugia. Fu eletto Papa nel 1878: il suo pontificato si inserisce in un’epoca di progressiva laicizzazione della società. Ad esempio egli si oppose fermamente alla realizzazione del monumento a Giordano Bruno in campo de’ Fiori. Nonostante ciò si aprì molto al laicato e fu particolarmente attivo dal punto di vista dell’insegnamento.

Amante del latino e di Dante, visse una vita dalle abitudini morigerate. Morì nel 1903 e fu sepolto nella Basilica di San Giovanni in Laterano.

101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita: 14 imparare a riconoscere i simboli dei rioni davanti alle fontanelle di Pietro Lombardi

Da quanto tempo non vi racconto uno dei capitoli di questo libro che mi ha guidata nelle mie esplorazioni cittadine?

Voi siete capaci di riconoscere i Rioni dalle fontanelle di Pietro Lombardi?

Io le ho viste quasi tutte ma non vi svelerò qual è la mia preferita.

Pietro Lombardi fu incaricato, nel ventennio fascista, di definire l’identità dei Rioni della città attraverso una serie di fontane “a tema”.

A Testaccio la fa da padrona la Fontana delle anfore per ricordare l’origine del quartiere legato a monte dei Cocci.

A Ripa invece, antico porto della città, la fontana ha una serie di insegne marinaresche mentre a Trastevere è privilegiato l’aspetto conviviale del vino, con foglie di vite e botticelle.

Vicinissime fra loro la fontana delle Tiare (subito fuori dal colonnato di San Pietro) e quella delle Palle di cannone, a due passi da Castel Sant’Angelo.

E poi la fontana dei libri, vicino Sant’Ivo alla Sapienza e la superba Pigna a Piazza Venezia.

Se invece cercate la fontana degli artisti dovere recarvi in via Margutta.

Vi ho incuriositi? Allora correte a vedere queste fontane…e ditemi quale preferite…

(Foto mia scattata nel 2014!)

Rodi e le Isole Tremiti: due giorni sul Gargano

Sapevo che avrei amato le Isole Tremiti, troppo era il desiderio di andarci. Non potevo sapere però che me ne sarei innamorata follemente.

Foto scattata da Gabriele

Giorno 1

È l’estate delle prime volte. Tasselli che completano il puzzle, spunte che segnano cose fatte e luoghi visti. Risposte finalmente affermative ai vari “Ma davvero non ci sei mai stata?”

Storie di bastoni piantati. Il lago di Varano visto dal Gargano. Il profumo degli alberi e dei frutti di fico.

Aspettare l’onda giusta a Rodi Garganico e fingere di serfare.

Correre a piedi nudi sul bagnasciuga come non facevo da anni.

I ragazzi raccolgono per me delle more e io mangiandole mi imbratto le mani.

La camera 104 blocca dentro i suoi residenti e gli orari delle messe sono decisamente arbitrari.

Scalette, vicoli, salite e discese per trovare un locale dove cenare, ma pare che l’umanità si sia data appuntamento qui stasera. La soluzione è l’arte di arrangiarsi, anche quando i bimbi si addormentano e tocca portarli a spalla. Ma infondo come diceva Rossella “Domani è un altro giorno”.

Isole Tremiti

Giorno 2

Il traghetto per le Tremiti è un posto giovane. Mi sembra di essere sul set di uno dei tanti film con storie di ragazzi che partono per un viaggio su un’isola con un passaggio-ponte. Sguardi e sorrisi che si incrociano. Ricordi di tante altre imbarcazioni prese in questi anni. Un colpo di fulmine breve, intenso e impossibile. Il giro delle isole mostra scorci impensati: la grotta Viola e quella delle rondinelle, lo scoglio dell’elefante, l’azzurro del cielo e del mare che incorniciano le bianche scogliere a picco, ricoperte dal verde dei pini d’Aleppo.

Sulla spiaggetta di San Domino l’acqua è cristallina: angoli di paradiso e location da set fotografici. A pranzo una pineta con una delle viste più belle che io abbia mai ammirato. Non c’è spazio per le polemiche e gli episodi da attacchi di panico.

L’isola di San Nicola fa scattare in me una sorta di sindrome di Standhal: come dico sempre, probabilmente, in un’altra vita devo essere stata un’isolana. La salita verso l’abbazia è una scarpinata che affronto, ormai come di consueto, in infradito. Questa volta anche in costume da bagno. È tutto talmente affascinante che a fatica trovo le parole e sceglierò la foto del giorno fra le centinaia scattate.

Chiacchiero un po’ con Michela che vive sull’isola da marzo a settembre.

Mi affaccio dal terrazzo del signor X, nostalgico ottantenne trasferitosi a Milano. Ora vive la sua isola solo per due mesi all’anno. Ma per 20 anni suo padre è stato il guardiano del faro di Capraia e lui è cresciuto li. Entrambi mi raccontano dei tempi che furono. Di giorni fiorenti che hanno visto un’ annuale diminuzione dei turisti. Queste isole sono poco conosciute ma sono un incanto e di entrambe le cose non mi capacito…