Quattro chiacchiere con i ragazzi di Close to eternity

Ci siamo conosciuti online in questo periodo di lockdown e la loro storia mi ha talmente colpita che ho deciso di farveli conoscere attraverso una piccola intervista. Immaginate un van che ha percorso migliaia di km ed ora è bloccato in una cittadina dell’Argentina…Loro sono Diana e Marco di Close to eternity

1 Innanzitutto benvenuti su Viaggiatrice da grande. Presentatevi:  parafrasando il film “Non ci resta che piangere”…Chi siete? Cosa portate? Si ma quanti siete?

Prima di tutto Carmen ti ringraziamo per questa intervista. Siamo Diana e Marco, 34 e 32 anni di Mantova e Ferrara. Ci  sono molte etichette che ci si può affibbiare: siamo full timers, ovvero viaggiatori a tempo pieno; siamo van lifers ovvero persone che vivono in un van. Siamo viaggiatori di lunga durata: abbiamo iniziato a viaggiare 7 anni fa lasciando il lavoro, la casa, gli amici e la famiglia e da allora giriamo il mondo. Quindi siamo bloggers, youtubers, fotografi, dronisti…un po’ di tutto.

In realtà siamo soprattutto due persone semplici con molta voglia di vivere e un grande desiderio di libertà.

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2 Come è nata la vostra avventura?

La nostra avventura è nata in un modo poco ordinario e soprattutto le due storie sono nate separatamente. Io, Diana, sono partita perché l’ultima ditta per cui avevo lavorato era andata in fallimento ed era la terza ditta in 4 anni che falliva. Stanca del sistema, della crisi economica e di essere presa per i fondelli (diciamo che qui ci sarebbero state parole un po’ più colorite di Diana e le ho un po’ edulcorate)ad un certo punto mollai tutto. Usai i soldi del mio TFR e un po’ di risparmi che avevo messo da parte e partii per i Balcani in autostop. Al tempo Marco non lo conoscevo ancora ma partii con un ragazzo brasiliano che conobbi su  couchsurfing e assieme viaggiammo per tre mesi per i Balcani e la Turchia, solo in tenda, campeggio selvaggio, autostop e host di couchsurfing. Dopo di che tornai in Italia per tre mesi per preparare il mio grande viaggio di sola andata e partii per 8 mesi per l’Asia. Marco ed io viaggiammo insieme per la metà di questi mesi perché ci eravamo conosciuti nel frattempo, nei tre mesi di “sosta” in Italia, usando mezzi di trasporto locali, come backpakers, con molto couchsurfing e notti in ostelli. Quindi tornammo in Italia per qualche mese per terminare i nostri progetti, perché Marco aveva solo preso aspettative dal lavoro, e  doveva concludere tutte le nostre situazioni pendenti. Messe a posto le nostre cose partimmo per l’Australia dove abbiamo vissuto per 2 anni con un visto vacanza/lavoro. Lì abbiamo iniziato a lavorare come cocktail bartenders (abbiamo fatto la scuola a Sydney)per hotel 5 stelle ed una famosa distilleria internazionale di whisky. Quindi abbiamo iniziato a reinventarci trovando qualcosa che davvero ci piacesse fare nella vita. Già questo ha significato molto per noi. Il nostro problema era che, per quanto amassimo l’Australia, è molto difficile ottenere un visto di residenza permanente quindi ci siamo spostati in Nuova Zelanda sempre con un visto vacanza/lavoro e così abbiamo messo da parte i soldi per compiere il grande viaggio nelle Americhe in cui siamo coinvolti ora.

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3 Qual è stato il vostro ultimo progetto?

Non c’è un vero e proprio scopo in questo viaggio.

Con i soldi messi da parte, facendo 2/3 lavori contemporaneamente  abbiamo comprato un van e abbiamo deciso di autocamperizzarlo. È un ford del 2004 da 14 posti. Abbiamo tolto tutti i sedili e le plastiche ed abbiamo iniziato la conversione, quindi impianto elettrico con pannelli solari, frigorifero, cucina con due fuochi, impianto idraulico con una tanica dell’acqua da 113 litri. Abbiamo tutti i comfort che si possono desiderare, persino una doccia calda che possiamo fare in esterno, elettrica e che funziona con 2 pile e l’attacco alla bombola del gas di 9 kg. Il van non è grande ma proprio per questo permette di muoversi liberamente anche per le stradine più anguste del Sudamerica, e allo stesso tempo è un luogo confortevole in cui stare, soprattutto in questo periodo di coronavirus.

Siamo partiti da Miami dove abbiamo comprato il veicolo e poi abbiamo guidato fino a Quebec in Canada e a Prudhoe Bay in Alaska, il punto più a nord dell’intero pianeta raggiungibile in auto. Da lì abbiamo seguito più o meno la costa ovest lungo la strada Panamericana fino ad Ushuaia, il punto più a sud del pianeta raggiungibile in auto. Arrivati lì ci siamo fermati una settimana in “celebrazione” ma non siamo riusciti ad imbarcarci per l’Antartide perché stava iniziando il coronavirus e quindi abbiamo iniziato la risalita verso nord attraverso la costa atlantica. Il coronavirus ci ha quindi bloccati in Patagonia Argentina.

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 4 Che canali utilizzate per far conoscere i vostri viaggi?

Il nostro canale principale è sempre stato Facebook. Tutti i nostri canali rispondono al nome di Close to eternity e ultimamente Youtube sta andando per la maggiore perché essendo bloccati non è facile scattare foto interessanti per Facebook. Per quanto lì continuiamo a condividere tutti i nostri pensieri e riflessioni, Youtube sta prendendo largo piede sia dal punto di vista della gratificazione economica che delle nostre avventure. È sicuramente un social molto impegnativo perché richiede un sacco di tempo e di lavoro, però allo stesso tempo dà molto più l’idea di quello che stiamo passando in questo momento e anche vedere le varie avventure di viaggio è sicuramente  esilarante.

Abbiamo anche Instagram in cui postiamo foto e soprattutto c’è il blog in cui scriviamo in inglese tutte le nostre guide di viaggio.

Poi c’è Patreon che è un social apposta per i nostri volontari/supporters che mensilmente decidono di farci delle donazioni e lì si postiamo foto di retroscena, riflessioni più intime che magari non si possono destinare ad un pubblico più grande.

Infine abbiamo Polarsteps, un’app che attraverso il GPS permette a tutti di vedere dove siamo in tempo reale e quindi anche tutte le statistiche di viaggio, i km, i Paesi, i viaggi passati. Però è ad accesso limitato e destinato al nostro pubblico patron, quindi chi fa donazioni. Curare ben 6 social è un lavoro mastodontico soprattutto se lo si fa, come noi, in 3 lingue: italiano, inglese e spagnolo.

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5 Al momento siete bloccati in Argentina e state facendo la quarantena in un campo sportivo. Raccontateci un po’ le vostre giornate, ma anche, soprattutto, le vostre sensazioni.

Siamo rimasti incastrati in una cittadina e la protezione civile ci ha gentilmente fornito un luogo in cui stare gratuitamente: è un centro sportivo dismesso, fuori uso e che è stato molto “rimaneggiato” dai tifosi ( finestre e porte rotte, non c’è acqua calda nelle docce, non c’è il riscaldamento,e qui sta arrivando l’inverno). Quindi è un posto adatto a chi ha un van, va bene come pun to di appoggio in quanto dà accesso all’acqua ed al bagno dove scaricare le acque nere. Per il resto siamo qui senza wifi, il che condiziona moltissimo le nostre giornate.

Innanzitutto cerchiamo di tenerci in forma e di fare almeno 6000 passi al giorno in questo campo di calcio con erba sintetica. Per il resto i social sono un impegno grandissimo e la maggior parte della giornata è dedicata alla cura dei nostri social in primo luogo perché la gente in questo periodo di quarantena ha bisogno di distrarsi e quindi i nostri follower sono molto più attivi del solito e più in contatto con noi, e poi perché filmare e montare tutto quello che stiamo facendo qui è comunque un grande lavoro. Quindi tanto del nostro tempo trascorre davanti al computer o alla videocamera.

Altra cosa  che facciamo è telefonare molto ad amici e genitori perché sentiamo che è necessario. Addirittura ci siamo resi disponibili con i nostri follower per dare un supporto psicologico per gli anziani, per chi stesse affrontando la quarantena da solo o fosse in condizione di depressione o ansia: possono inviarci il loro numero whatsapp e noi li chiamiamo (tenendo conto ovviamente del fuso orario) per fare compagnia. Infatti noi a chi ci segue non diamo il nome di follower ma famiglia close perché ci hanno aiutato in momenti duri del viaggio, quando stavamo per mollare tutto (tipo in Bolivia, quando siamo rimasti incastrati nella guerra civile con la trasmissione rotta) e noi in questo momento vogliamo esserci per loro. Ecco perché della nostra giornata 4/5 ore almeno le trascorriamo al telefono con loro. Inoltre ci siamo buttati in un altro progetto (perché non ne avevamo abbastanza) ed abbiamo creato un gruppo di whatsapp di italiani bloccati in Argentina per coordinare tutte le persone che cercano di rientrare e quelle che cercano di rimanere. Quindi anche moderare questa chat è impegnativo, con circa 250 messaggi al giorno, e noi che cerchiamo di fare da imbuto e ponte di collegamento fra queste persone e la Farnesina e i Consolati. È in corso anche una campagna mediatica per cercare di far conoscere  la situazione degli italiani bloccati in Argentina e quindi facciamo ad esempio delle interviste.

Per ciò che riguarda i sentimenti: c’è estrema indecisione e ansia da parte nostra, noi non vorremmo tornare in Italia per proseguire il nostro viaggio e non abbiamo un problema di tempi perché possiamo aspettare che la situazione migliori. Però hanno comunicato che la vendita di tutti i voli commerciali è vietata fino a settembre quindi si ha sempre il dubbio di non poter rimpatriare nel caso avvenga qualcosa di brutto. L’Argentina è in una situazione economica estrema e se non si troverà un accordo andrà in fallimento, ovvero in banca rotta e questo porterà seri problemi anche a livello di sicurezza personale con un aumento di povertà e criminalità e scarsa incolumità per noi che giriamo con un veicolo con targa statunitense. La loro moneta sta crollando e sarebbe la decima bancarotta in 20 anni , il coronavirus ha dato un brutto colpo ad una economia già di per sè non molto stabile. Quindi se già siamo considerati untori, poichè italiani e con veicolo degli Stati Uniti,   poi ci vedranno come “ricchi” non sapendo che non lo siamo nella realtà. Dovremmo stare molto più attenti anche se dovessimo riprendere a viaggiare. Questo è un problema molto serio e stiamo cercando di valutare bene tutte le conseguenze , i pro e i contro di ogni eventuale decisione che potremmo prendere.

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6 A proposito di Argentina. 3 cose per voi imprescindibili da fare/vedere in questo Paese per chi, quando si tornerà a viaggiare, deciderà di visitarlo…

A causa del coronavirus non abbiamo ancora visto tutta l’Argentina quindi non possiamo dare un’opinione  approfondita, ci manca tutta la parte a nord di Mendoza.

Sicuramente la Patagonia che sembra un’immensa distesa di pampa ma è pienissima di fauna: ci sono i guanacos simili ad alpaca, i nandù che sono dei piccoli struzzi, moltissime volpi. C’è anche una fauna marina eccezionale: pinguini, leoni marini, orche, balene. La Patagonia è sicuramente da vedere con un veicolo per rendersi conto delle immense distanze che ci sono: vivere la pampa e non solo spostarsi in aereo da un punto all’altro.

La seconda cosa è  la Tierra del Fuego perché Ushuaia è una cittadina piccola e carina ma ha tantissime escursioni che si possono fare nelle vicinanze: battute di pesca, andare a  vedere i pinguini, impianti sciistici, corse con i cani da slitta, trekking, parchi nazionali, laghi, pesca alla trota…ce n’è abbastanza anche per due settimane.

La terza cosa è quella che fa rivivere la me bartender, quindi legata al mondo degli alcolici: le vinerie di Mendoza, culla del Malbec e altri vini tipici di questa zona. Ci sono ben 3 valli famose per il vino e Mendoza è il posto principale per i vini in tutto il Sudamerica, assieme a qualche altra località cilena.

Grazie mille amici di close to eternity e vi auguro di poter portare a termine il vostro viaggio senza intoppi e in sicurezza.

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(Le foto stupende che fanno da corredo all’intervista me le ha mandate Diana)

Se vi va di seguirli li trovate.

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La focaccia barese

La ricetta che vi propongo oggi è forse quella che più mi identifica. “Facile, direte voi, sei pugliese, e nello specifico della provincia di Bari, cosa c’è di più tipico della focaccia barese?”

Focaccia barese

In realtà la focaccia è il cibo  più richiesto dalla maggior parte dei miei amici romani una volta che l’assaggio è stato compiuto. Addirittura un pomeriggio di qualche anno fa abbiamo con 3 amiche organizzato un corso di focaccia barese nella mia cucina romana: si sono presentate con tanto di ingredienti e grembiuli e abbiamo occupato l’attesa della lievitazione con tanto di aperitivo.

Il lockdown di questi mesi è stata l’occasione per ripetere l’esperienza con altre amiche, questa volta in videochiamata, ognuna dalla cucina di casa sua.

Ogni tanto mi arrivano messaggi in cui mi chiedono la ricetta allora ho deciso di condividerla rendendo a Cesare ciò che è di Cesare e quindi dichiarando che i meriti sono della mia mamma sia per la ricetta che per avermi insegnato a fare la focaccia barese.

Qualche notizia

La focaccia barese è in realtà tipica di tutta la Puglia , anche se maggiormente diffusa nella zona di Bari, Andrai-Barletta-Trani e Taranto.

Pare che le sue origini siano da ricercare ad Altamura e che sia nata come variante del tradizionale pane di grano duro. In realtà l’occasione era quella di sfruttare il calore iniziale del forno, prima che raggiungesse la temperatura giusta per cuocere il pane.

Ovviamente esistono numerose varianti di ricette poiché la focaccia barese è un prodotto della tradizione gastronomica popolare .

Nella versione più nota si amalgamano insieme semola rimacinata, patate lesse, sale, lievito e acqua. Quindi si lascia lievitare, si condisce e si cuoce, preferibilmente in forno a legna.

Il condimento superficiale può essere di diversi tipi:

  • Il tradizionale prevede pomodorini e olive;
  • La focaccia con le patate è ricoperta da fette di patate di circa 5 mm di spessore,
  • La focaccia bianca è condita con sale grosso e rosmarino;
  • Le varianti fantasia vedono l’aggiunta di peperoni, melanzane, cipolla o altre verdure.

Per assaporarne al meglio l’aroma, la focaccia barese andrebbe mangiata calda.

Nel 2010 si è costituito il consorzio  Focaccia Barese che ha avviato l’iter per l’iscrizione nel registro europeo delle STG (specialità tradizionali garantite) istituito per garantire tali produzioni specifiche.

Ecco quindi la ricetta della mia mamma.

Ingredienti

  • 600 g farina
  • 300 g patate lesse
  • 1 lievito
  • 1 cucchiaio di zucchero
  • 1 cucchiaio e ½ di sale
  • Olio d’oliva
  • Acqua
  • Pomodorini
  • Olive
  • origano

Preparazione

Bollisci e pela le patate, quindi schiacciale con uno schiacciapatate o in alternativa con una forchetta.

Riscalda leggermente in un pentolino un po’ d’acqua. Versa farina, lievito, sale, zucchero e patate in una ciotola e aggiungendo via via l’acqua inizia ad impastare fino ad ottenere un impasto morbido ma non troppo appiccicoso. Lascia lievitare l’impasto minimo 1 ora e ½ dopo averlo coperto. Versa quindi abbondante olio in un tegame da forno grande e stendi l’impasto lievitato aiutandoti con le mani, lasciando che un po’ d’olio del fondo passi in superficie. Quindi cospargi l’impasto con i pomodorini tagliati a metà, le olive,l’  origano e un po’ di sale.

Inforna in forno statico a 180/200 gradi per 20/30 minuti.

 

Il tocco in più (o in meno)

Per verificare la cottura solleva la focaccia con una  paletta e controlla che il fondo si sia dorato; quindi per rendere la superfice più “colorita” metti  il forno in modalità grill per qualche minuto.

 

Allora non vi resta che provare! Buon appetito e buon viaggio nel gusto…

Intanto aspetto i commenti soprattutto dei miei amici pugliesi che magari hanno altre ricette e vorranno confrontarsi e dare ulteriori suggerimenti. Ah, ci tengo a sottolineare che non vi ho fornito la ricetta perché non ho più voglia di preparare la focaccia per tutti i miei amici, quello lo farò sempre ben volentieri.

La foto è quella originale dell’ultima focaccia barese  fatta durante il lockdown in collegamento con le mie amiche.

3 ricette con la feta per sentirsi in Grecia

Uno dei viaggi che mi è saltato a causa dell’emergenza sanitaria (perc hè me ne sono saltati ben 3 prenotati, senza contare gli altri 2 previsti per l’estate) sarebbe stato il prossimo giugno a Salonicco. Abbiamo un amico che vive in Grecia ormai da quasi due anni e finalmente, con largo anticipo, ci eravamo organizzati per raggiungerlo. Ero felicissima di tornare nella patria di Omero dopo i miei precedenti viaggi ad Atene e a Corfù. Per risarcire in parte me ed i miei amici per il mancato viaggio, mi sono sbizzarrita con le ricette a base di feta. E visto che la rubrica sulle ricette dal mondo vi sta piacendo molto, ve ne propongo ben 3 diverse.

Ricetta feta grecia

La feta è classificata come formaggio a pasta semidura ma friabile, caratterizzata da un colore bianchissimo e piuttosto salata, poiché la sua maturazione avviene in salamoia, per 2 o 3 mesi.

Probabilmente l’origine del nome è legata al taglio della cagliatura o alla forma del taglio sul vassoio (come se fosse una “fetta”).

Generalmente questo formaggio è realizzato con latte di pecora e caglio (miscela che provoca la coagulazione delle caseine idrofobe che precipitano e possono essere lavorate per realizzare il formaggio). Può contenere però fino ad un 30 % di latte di capra. Dal 2002 alla feta è stato riconosciuto il marchio DOP quindi nessun formaggio simile può chiamarsi FETA fuori dalla Grecia.

Nella patria ellenica la feta è utilizzata, nel modo più noto, come ingrediente della famosa insalata greca, in associazione a pomodori, cetrioli, peperoni, olio, origano, olive nere, cipolla e capperi (soprattutto nelle isole).

Questo formaggio è servito anche fra gli stuzzichini (mezedes)all’ora dell’aperitivo, assieme all’ouzo (distillato secco ad alta gradazione alcolica bevuto solitamente diluito con acqua).

A parte la classica ricetta dell’insalata greca, i cui ingredienti vi ho appena elencato e che vanno semplicemente uniti fra loro per comporre il piatto, vi propongo due ricette di insalate “modificate” e un primo piatto, non tipicamente greco, ma che utilizza la feta.

Insalata con feta e melone bianco

Ricetta feta Grecia

Ingredienti (per 4 persone)
  • 4 cetrioli lunghi
  • 1 melone bianco
  • 1 lattuga mille foglie
  • 1 cipolla piccola di Tropea
  • 120 g di feta
  • 100 g di yogurt magro
  • 1 cucchiaino di semi di sesamo nero
  • Aneto tritato
  • Il succo di ½ limone
  • Olio
  • Sale
  • Pepe
Preparazione

Lava i cetrioli e tagliali a nastro con la mandolina o il pelapatate. Dividi a metà il melone, elimina i semi e preleva la polpa con l’apposito scavino. Lava l’insalata e separa le foglie. Affetta la cipolla e marinala con il succo di limone. Frulla metà feta con lo yogurt e 2 cucchiai di olio, unendo poca acqua se necessario, e profuma con l’aneto. Disponi nei piatti i cetrioli, la cipolla e il melone, regola di sale e pepe e aggiungi l’insalata e la feta rimasta, dopo averla sbriciolata. Versa la salsa e cospargi di semi di sesamo nero.

Il tocco in più (o in meno)

Un altro modo per addolcire la cipolla è metterla a macerare con l’aceto o tenerla in acqua fredda un po’ di ore. Non avendoli a disposizione ho escluso i semi di sesamo  e  l’aneto. Il melone può essere anche tagliato a tocchetti se non avete lo scavino, così come i cetrioli.

Insalata Mediterranea

Insalata greca feta

Ingredienti (per 2 persone)
  • 1 arancia matura
  • Insalata valeriana
  • 200 g di feta
  • Aceto balsamico
  • Olio
  • Sale
Preparazione

Lava l’insalata e lasciala asciugare, quindi taglia  a tocchetti l’arancia (già sbucciata)e la feta. Disponi gli ingredienti in un piatto e condisci con aceto balsamico, olio e sale.

Il tocco in più (o in meno)

Puoi sostituire la valeriana con un altro tipo di insalata a tuo piacimento.

Pasta  melanzane e feta

Ricetta feta Grecia

Ingredienti (per 4 persone)
  • Pasta di qualsiasi formato (possibilmente integrale)
  • 250 g di melanzane
  • 20 g di capperi sottosale
  • 100 g di pane raffermo integrale
  • Menta
  • 1 spicchio d’aglio
  • 80 g di feta
  • 2 peperoncini freschi (piccoli)
  • Olio
  • Sale
  • Pepe nero

Preparazione

Scottate la pasta in abbondante acqua salata. Riducete il pane integrale in briciole grossolane attraverso un frullatore. Lavate i peperoncini, privateli dei semi e tritateli finemente. Versate un po’ d’olio in una padella e aggiungete le briciole di pane ed i peperoncini tritati e lasciate dorare a fiamma medio-alta per pochi minuti, facendo attenzione a non bruciarli. Lavate le melanzane, eliminate le estremità e riducetele a tocchetti di circa 1 cm. In un’altra padella mettete olio, uno spicchio d’aglio e le melanzane. Cuocete a fiamma medio-alta per 4-5 minuti, fino a che le melanzane non saranno ben dorate, poi rimuovete l’aglio dalla padella, salate e pepate. Intanto sciacquate i capperi sotto l’acqua corrente per eliminare il sale e tritateli con un coltello. Quando la pasta sarà cotta versate tutti gli ingredienti in un contenitore capiente: melanzane, pane tostato, pasta, capperi, feta sbriciolata e foglie di menta triturate. Mescolate e servite guarnendo con altra feta sbriciolata e briciole di pane.

Il tocco in più (o in meno)

Io ho sostituito il pane integrale raffermo con un più comune pan grattato già pronto. Se volete potete sostituire la menta con foglie di basilico fresco.

Consigli

Questa pasta può essere consumata anche fredda e conservata in  frigorifero in un contenitore ermetico per massimo 2 giorni. Si sconsiglia la congelazione.

 

Le ricette delle due insalate non ricordo da quale rivista sono state estrapolate e gelosamente custodite prima di essere provate, approvate ed essere ammesse a far parte del mio ormai piuttosto noto ricettario. La ricetta della pasta invece l’ho recuperata da GialloZafferano.

Le fotografie sono mie e la location è sempre quella della mia cucina romana.

Fatemi sapere cosa ne pensate e soprattutto, se decidete di provare qualcuna di queste ricette, voglio sapere come sono riuscite e quali sono stati i risultati.

Quindi buon appetito…e buon viaggio nel gusto.

Se avete ricette tipiche di un luogo da consigliarmi perché io le provi e ne condivida poi l’eperienza contattatemi… wwayne mi ha già mandato la ricetta della focaccia ligure…

Con la ricetta del pollo in salsa harissa siamo subito in Africa

 

Ed eccoci ad un nuovo appuntamento di questa rubrica nata da poco sul mio blog. Qualche giorno fa vi ho portati con me in Sicilia attraverso la ricetta della Caponata. Vi va di partire per un nuovo viaggio nel gusto? Oggi facciamo un salto nel continente africano e ad accompagnarci sarà al salsa harissa.

Immaginate di essere nella grande piazza Jemaa el-Fnna di Marrakech fra le grida dei mercanti e bambini dai grandi occhi scuri che si rincorrono fra la gente. Oppure potremmo essere nel deserto tunisino, a rifocillarci attorno ad un falò dopo un’escursione in cammello (o dromedario), mentre ancora  faticosamente cerchiamo di toglier via la sabbia dai nostri capelli e dai nostri indumenti. Tutta fatica sprecata! Come mi ha insegnato la mia prof di storia delle superiori, se vai nel deserto questo ti seguirà a casa e mesi dopo troverai ancora granelli di sabbia nelle tasche o fra le pagine dei libri.

Magari però siamo nella qasba di Algeri, in un labirinto di vicoli con i panni stesi alle finestre ed il profumo delle spezie che esce da ogni porta…

Pollo in salsa harissa

La salsa harissa è infatti una salsa tipica del Maghreb e diffusa in Tunisia, Libia, Marocco ed Algeria.

La consistenza è simile a quella del concentrato di pomodoro. Nella ricetta tradizionale possono essere presenti, oltre a peperone, peperoncino, olio ed aglio, anche il coriandolo, il cumino, il pomodoro ed il carvi (una sorta di anice).

La salsa harissa può essere usata sia come condimento che come ingrediente per insaporire il cous cous, il kebab, la pasta, le minestre o l’insalata. Può essere consumata anche come antipasto, accompagnata da olive nere e/o pane.

Nella tradizione nordafricana molti la preparano da sé ma  in commercio è anche reperibile  in barattoli o tubetti come una conserva.

L’harissa o harisa deriva il suo nome dall’arabo harasa, un verbo che significa pestare, macinare, impastare, tritare.

La ricetta che vi propongo l’ho trovata un po’ di tempo fa su Donna Moderna (si, non leggo solo libri impegnati e riviste di viaggio).

Procediamo prima di tutto preparando la salsa che in questo caso sarà utilizzata come ingrediente per la ricetta del pollo.

Ingredienti per la salsa harissa

  • 1 peperone rosso
  • 8 peperoncini piccanti freschi
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 cucchiaino di cumino
  • Olio d’oliva
  • Succo di ½ limone
  • Sale

Preparazione

Priva dei semi i peperoncini. Trita nel mixer il peperone, l’aglio ed i peperoncini. Metti in una pentola sul fornello con il succo di limone, il cumino e il sale. Fai asciugare. Diluisci con l’olio fino a quando avrà la consistenza di una salsa.

 

Ingredienti per il pollo(per 4 persone)

  • 16 ali di pollo
  • 4 cucchiai di harissa
  • 2 cucchiai di olio d’oliva
  • 1 cucchiaio di miele
  • 1 cucchiaio di aglio in polvere
  • 1 cucchiaio di semi di finocchio
  • 1 ciuffo di prezzemolo fresco
  • Sale
  • Pepe
  • Origano
  • Prezzemolo secco

Preparazione

Dividi le alette in due, lavale e asciugale. Prepara una marinata con 2 cucchiai di harissa e gli altri ingredienti. Fai insaporire le alette mezz’ora. Scalda il forno a 180°, cuocile 30 minuti e spennellale con la salsa tenuta da parte. Inforna altri 10 minuti e servi con prezzemolo fresco tritato.

 

Il Tocco in più (o in meno)

Ho sostituito il cumino con il coriandolo ed ho eliminato il prezzemolo e l’aglio in polvere, non perché non mi piacciano ma perché ne ero momentaneamente sprovvista. Vi assicuro che il risultato è stato molto piacevole al gusto.

Poiché amo il sapore piccante ma in maniera moderata ho ridotto la quantità di peperoncini utilizzati (da 8 a 3) ed anche così vi assicuro che era piccante!

La ricetta originale parlava di alette di pollo ma io ho tranquillamente usato dei fusi di pollo ed il risultato è stato ugualmente gustoso.

Non escludo, la prossima volta che preparerò questa ricetta, di reintegrare gli ingredienti esclusi questa volta e di provare la salsa con le alette di pollo.

Consigli

La salsa harissa può essere conservata in frigo fino a due settimane: è sufficiente metterla in un vasetto e coprirla con un filo d’olio. Ogni volta che la utilizzerete dovrete livellarla e coprirla con un altro sottile strato d’olio.

 

Che ne pensate quindi di questa ricetta? Avevate già assaggiato la salsa harissa?

In questo periodo di lockdown è bello poter viaggiare anche solo nei ricordi o con i sapori e gli odori del mondo. Per ora continuiamo a viaggiare così, almeno non perdiamo l’allenamento alla curiosità.

(la foto l’ho scattata io qualche giorno fa quando ho realizzato e gustato il piatto in questione)

Un salto in Sicilia con la ricetta della caponata

Ho l’abitudine, quando leggo una rivista, di conservare le ricette che mi piacciono. Non le prendo tutte, ma solo quelle che credo potranno incontrare i miei gusti e quelli dei numerosi ospiti che, di volta in  volta, sono invitati a cena o a pranzo a casa mia.Difatti, tanto quanto amo mangiare mi piace cucinare, soprattutto se poi i cibi sono consumati in compagnia. E i miei ospiti fanno spesso da cavie alle sperimentazioni di queste ricette messe da parte. Si, perché l’iter è il seguente: ogni ricetta viene  provata e, solo se supera la mia rigida prova d’assaggio, è salvata nel mio famoso ricettario(un quadernino che viene dal Museo d’Orsay di Parigi). Le ricette in lista d’attesa sono un po’ e durante la quarantena sono riuscita a provarne tante, condividendo le foto dei risultati (aihmè solo quelle) con i miei amici. È partito quindi un via vai di “Mi dai la ricetta?”… “ma perché non apri un altro blog…di cucina questa volta?” Ci ho pensato un po’ su ed ho deciso di condividere con voi le ricette provate (ed approvate) legate ai viaggi, perché in qualche modo provenienti da luoghi specifici, siano essi continenti lontani o più semplicemente le nostre regioni italiane.

Caponata

Si parte quindi con la caponata siciliana. Si tratta di un piatto tipico di tutto il territorio isolano ma è diffuso in generale, con alcune varianti, in tutto il Mediterraneo. Oggi è usato come contorno o antipasto ma dal XVIII secolo costituiva un piatto unico, accompagnato dal pane (anche io l’ho servita così, con una piadina).

Forse il suo nome deriva dalle “caupone”, cioè le botteghe dei marinai (in siciliano) o da un pesce servito in salsa agrodolce che, non essendo accessibile ai più poveri, venne sostituito dalle melanzane. Una terza ipotesi è che il nome derivi dal greco “capto” che significa tagliare, poiché tutti gli ingredienti che compongono la caponata sono tagliati a pezzi.

Questo piatto è inserito fra i prodotti agroalimentari tradizionali siciliani, riconosciuti dal Ministero delle politiche agricole e alimentari.

La caponata palermitana è quella classica (melanzane, sedano, cipolle, olive, sugo di pomodoro) ed è la prima versione che vi propongo.

La caponata agrigentina invece vede l’aggiunta di peperoni, pinoli (o mandorle) ed uva secca. E questa è la mia seconda ricetta.

La caponata trapanese aggiunge le mandorle agli orami classici ingredienti mentre in  quella fatta a Catania predominano melanzane, pomodoro e basilico fresco.

La differenza nella caponata messinese sta nella sostituzione della salsa di pomodoro con il pomodoro pelato.

Esistono poi una caponata fatta a Napoli (non a base di melanzane ma di friselle e taralli) e la caponata di pesce spada: nel palermitano alcuni dadini di questo pesce sono infarinati, fritti ed aggiunti alla caponata a cottura quasi ultimata.

Caponata palermitana

Caponata palermitana

Ingredienti

  • 2 melanzane lunghe
  • 2 cucchiai di capperi
  • 200 g di olive verdi snocciolate
  • 1 cipolla
  • 1 cuore di sedano
  • 1 spicchio d’aglio
  • 3 cucchiai di Olio d’oliva
  • 250 g di polpa di pomodoro
  • 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro
  • Sale
  • Pepe
  • 100 ml di aceto bianco
  • 1 cucchiaio di zucchero
  • Olio di semi

Preparazione

Taglia a cubetti le 2 melanzane lunghe, mettile in uno scolapasta, sala e fai riposare per un’ora. Sciacqua e metti a bagno per 20 minuti, cambiando 2/3 volte l’acqua. Scotta per 2 minuti in acqua bollente  200 g di olive verdi snocciolate. Rosola a fiamma bassa in una casseruola 1 cipolla a fettine, 1 cuore di sedano a tocchetti e 1 spicchio d’aglio con  3 cucchiai d’olio per 5/6 minuti. Aggiungi 250 g di polpa di pomodoro  e 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro e cuoci per 15 minuti. Unisci alla salsa olive e capperi , sala, pepa e incorpora 100 ml di aceto di vino  bianco e 1 cucchiaio di zucchero. Cuoci 5/6 minuti. Friggi in abbondante olio di semi le melanzane , sciacquate e asciugate. Scolale in una ciotola, versa sopra la salsa ben calda e lascia raffreddare. Mescola delicatamente e servi.

Il tocco in più

Io ho modificato un po’ la ricetta eliminando il concentrato di pomodoro. Ho servito la mia caponata in un “cestino” fatto con una piadina.

Caponata Agrigentina

Caponata agrigentina

Ingredienti

  • 1 cipolla
  • 1 ciuffo di finocchietto
  • 1 spicchio d’aglio
  • 3 cucchiai d’olio d’oliva
  • 400 g di peperoni gialli e rossi a dadini
  • 300 g di polpa di pomodoro
  • 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro
  • 60 g di uvetta
  • 80 g di pinoli
  • 100 ml di aceto di vino bianco
  • 1 cucchiaio di zucchero
  • Sale
  • Pepe
  • Olio di semi
  • 1 melanzana a dadini

Preparazione

Rosola una cipolla a fettine con un ciuffo di finocchietto, 1 spicchio d’aglio e 3 cucchiai d’olio. Unisci 400 g di peperoni gialli e rossi a dadini , 300 g di polpa di pomodoro ed un cucchiaio di concentrato di pomodoro. Cuoci per altri 20 minuti. Aggiungi 60 g di uvetta, 80 g di pinoli , 100 ml di aceto di vino bianco e 1 cucchiaio di zucchero. Fai andare 5 minuti e regola di sale e pepe. Friggi in abbondante olio di semi una melanzana a dadini , sgocciola, uniscili alla salsa bollente, fai raffreddare e servi.

Il tocco in più

Anche qui le mie modifiche: ho eliminato il finocchietto e il concentrato di pomodoro e servito la caponata sempre accompagnata da una piadina come fosse pita o pane azzimo.

 

Le motivazioni per cui ho scelto di iniziare questa nuova “rubrica” del blog proprio con la caponata sono due: la prima è che amo particolarmente la Sicilia, ci sono stata più volte e spero di tornarci presto. Il secondo motivo è essere riuscita a provare ben due ricette dello stesso piatto.

Personalmente ho apprezzato entrambe le ricette e non ho fra le due la mia preferita.

Voi cosa ne pensate? Che esperienza avete della cucina siciliana?

Vi è piaciuto questo viaggio gastronomico in Sicilia?

Sono curiosa di sentire anche il parere dei miei amici siciliani…ovviamente sono aperta a critiche e suggerimenti…

 

(le foto sono state scattate dalla sottoscritta mentre le ricette sono state ricavate da due riviste di cui al momento non ricordo il nome, la prossima volta sarò più attenta e più precisa)

Vorrei andare a Fregene

Aprile…Questi, per me e le mie amiche, sarebbero stati i giorni dei primi vagabondaggi verso il mare. Da quando vivo a Roma, con l’inizio della bella stagione il fine settimana è dedicato all’esplorazione delle spiagge del litorale: da Santa Severa a Ladispoli, da Ostia a Santa Marinella.

Quest’anno per la prima tintarella devo accontentarmi del balcone di casa. Ma, ironia della sorte ( o forse un segreto sesto senso) una delle mie ultime uscite ufficiali, prima dell’ inizio della quarantena è stata proprio al mare: a Fregene.

Mare a Fregene

Non era la mia prima volta su questa spiaggia ma non è neppure fra le località marittime che frequento abitualmente, probabilmente perché i mezzi per raggiungerla non sono comodissimi ed è preferibile arrivarci in auto.

Siamo a circa 30 km da Roma, in quella che, dal 1992, è a tutti gli effetti una frazione del comune di Fiumicino (mentre prima apparteneva al comune di Roma).

Fregene è famosa, oltre che per il mare è la spiaggia, per la sua pineta, voluta nel 1666 da Papà Clemente IX per difendere i campi coltivati dai venti salmastri che provenivano dal mare, oltre che per drenare gli acquitrini della zona. La stessa pineta è oggi ritrovo per gli amanti della bicicletta e dei pic-nic, caratterizzazione che detiene da quando, dopo la seconda Guerra Mondiale, Fregene divenne luogo di villeggiatura privilegiato per i ricchi della capitale. È composta di pini e lecci e, dal 2014, è stata intitolata a Federico Fellini che, in numerosi suoi film, ha citato questo luogo.

Ma torniamo al mare…Altro aspetto caratteristico della cittadina è il villaggio dei pescatori, sorto nella zona Nord, sempre dopo il secondo conflitto mondiale, con capanni costruiti direttamente sull’arenile ad opera dei pescatori. Poi tale area fu trasformata (pare abusivamente), negli anni ‘50, con la costruzione di villette ed edifici molto vicini fra loro e dall’impianto urbanistico ed architettonico differente rispetto al resto dell’abitato.

È oggi il centro di locali e ristoranti, ed attrattiva soprattutto per i giovani, che vi rivedono quel passato nostalgico come luogo prediletto di artisti e personaggi del mondo del cinema. Come non citare in particolare due ristoranti (suggeriti da Federica e David esperti conoscitori ed amanti della località di mare): la Baia e Mastino. Quest’ultimo pare sia nato nel 1961 da un’idea di Federico Fellini che stava girando a Fregene alcune scene de “Lo sceicco bianco”.

Fra gli altri personaggi della “dolce vita” di Fregene ricordiamo anche Alberto Moravia, Ettore Scola, i fratelli Vanzina.

Negli anni ‘90 furono le discoteche ad accendere la notte del litorale mentre oggi Fregene è il regno delle partite a Beach volley e degli aperitivi sulla spiaggia. Chi non ha mai sentito parlare (soprattutto a Roma e dintorni) del famoso aperitivo al tramonto organizzato dal Beach club Singita o dal Riva?

D’estate nella cittadina di svolge anche un premio letterario omonimo, portando Fregene a dover convivere con le sue due anime: quella festaiola ed allegra d’estate e quella più dimessa e tranquilla d’inverno, con il fiore all’occhiello delle sue eccellenze gastronomiche.

A Sud di Fregene è invece possibile visitare l’oasi di Macchiagrande, una riserva ecologica che, dal 1996 fa parte della riserva naturale statale “Litorale Romano”ed è gestita dal WWF. Ospita molte specie di uccelli acquatici come il cormorano ed il germano reale; istrici, testuggini e conigli selvatici.

La storia di Fregene invece comincia con gli Etruschi: era una cittadina abbastanza famosa poiché era la sede di una salina e di un porto alla foce del fiume Arrone.

Fu poi distrutta dai Romani è dimenticata fino al 1928 quando, con la bonifica delle paludi del Maccarese, risorse come sede balneare estiva e vide poi sorgere il già citato villaggio dei pescatori e l’ampliarsi del centro abitato. Il resto della storia ve l’ho già raccontato.

FregeneMare a Fregene

(Le foto sono mie e di Pietro.)

Ringrazio Federica per le dritte e i suggerimenti senza dimenticare il consiglio più importante: se siete a Fregene, dopo cena recatevi in piazzetta per assaggiare le zoccolette. Si tratta di un dolce tipico di Roma e dintorni e consiste di pasta lievitata fritta e ricoperta di nutella. Visto che ultimamente spesso mi chiedete le ricette vi lascio il link.

Approfondimenti

WWF: È la più grande organizzazione mondiale per la difesa degli animali e la conservazione della natura. È nata nel 1961 ed oggi consta di 24 organizzazioni nazionali e 5 affiliate e agisce su 96 paesi. Esistono oltre 1300 progetti annui, dislocati nei vari uffici nazionali che sono indipendenti ma coerenti con i programmi e gli obiettivi internazionali (la sede è Gland, in Svizzera). Il WWF Italia è nato nel 1966: ha una sede centrale a Roma e circa 200 strutture territoriali che svolgono funzioni di tutela, denuncia e sensibilizzazione. Uno degli obiettivi è la sostenibilità, agendo sia sugli ambienti naturali che sui piani economici ed industriali.

Fiume Arrone: è un fiume del Lazio che scorre in provincia di Roma. È lungo circa 35 km: nasce presso il lago di Bracciano e sfocia nel marcTirreno fra Fregene e Maccarese. Ad esso sono legate le sorgenti dell’Acqua Claudia. Per la sconsideratezza umana nel costruire senza criterio, lo straripamento di questo fiume ha spesso creato ingenti danni.

Lo sceicco bianco: è un film comico del 1952 diretto da Federico Fellini e con protagonista Alberto Sordi. È la storia di due sposini che trascorrono il viaggio di nozze a Roma: lui vorrebbe far colpo su suo zio e sulla sua famiglia mentre lei spera di incontrare il protagonista del suo fotoromanzo preferito, appunto “lo sceicco bianco”. Così la sposina scappa e, raggiunta la casa di produzione, riesce a coronare il suo sogno. Ma il personaggio si dimostra un traditore seriale e tenta di sedurre la giovane. Lei non vede e torna dal marito che, nonostante le mille peripezie per non far sapere allo zio della scomparsa della moglie, la perdona.

Questo è considerato il primo vero film di Fellini poiché nel precedente lavoro “Le luci del varietà” egli aveva diviso la regia con Alberto Lattuada.

101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita: 16 fare il giro dei caffè più buoni della città

Ho cominciato questo progetto delle 101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita un po’ di anni fa, quando mi sono trasferita in città. Il libro lo conoscevo già ma venendo a vivere qui ho deciso, come vi ho già raccontato nel primo post dedicato al progetto, di visitare tutti i luoghi nominati e postare una foto sui luoghi nominati e postare una foto sui miei canali social (Facebook e Instagram). Poi è nato il blog e da lì la voglia e la necessità di raccontare.

Ma veniamo al capitolo in questione…

Parliamo di caffè…Io non sono mai stata una grande consumatrice di questa bevanda. Fino a circa una decina di anni fa la mia assunzione di caffè si limitava a qualche goccia nel caffellatte al mattino. Poi, quando ho iniziato ad insegnare, è diventato un modo per fare gruppo con le mie colleghe e ritagliarci una pausa nel lavoro.

Ancora oggi mi limito alla porzione del mattino appena sveglia e ad un solo altro caffè (massimo 2) durante la giornata poiché, iperattiva come sono, rischierei di avere poi grandi difficoltà nell’addormentarmi.

Non posso negare però di aver riscoperto il valore conviviale di questo liquido scuro e di aver capito come esso sia realmente l’occasione per rivedere amici e parenti e scambiare due chiacchiere. Se poi il caffè è anche buono le chiacchiere sono migliori…

Sebbene in Italia la patria indiscussa del caffè sia Napoli e nonostante la prima macchina per L’Espresso fu inventata a Milano, anche Roma si distingue nella preparazione di questa bevanda.

Due sono i luoghi epici nella capitale per il caffè: Sant’Eustachio e Tazza D’Oro.

Nel caffè Sant’Eustachio ci sono stata un paio di volte: una volta in tempi non sospetti, quando ancora non vivevo in città è una seconda volta in questi anni, quando ci ho accompagnato una mia amica per farle vivere l’esperienza della specialità del luogo. Sto parlando del Gran Caffè, rigorosamente con le iniziali in maiuscolo. Un caffè servito già zuccherato è ricoperto da una spessa cremina (se lo si senza zucchero occorre dichiararlo in precedenza). Il bar, nell’omonimo rione, non lontano dal Senato, non è molto grande e all’esterno, sulla pittoresca piazzetta, sono sistemati 5/6 tavolini, sempre stracolmi di autoctoni e turisti. Il personale ha tutte le caratteristiche di chi lavora in un caffè a Roma: cordialità e simpatia.

Questo caffè esiste dal 1938: la tostatura avviene nel locale e la materia prima può anche essere acquistata in loco, in comodi sacchetti, da portare a casa. Si fa onore il caffè Sant’Eustachio poiché è sostenibile: acquista i prodotti in modo solidale e responsabile attraverso l’Altromercato (vedi approfondimento a fine post). Il caffè è comprato ad un prezzo giusto e si viene a creare una relazione commerciale duratura che favorisce lo sviluppo dei progetti locali di cooperative situate in Repubblica Domenicana, Brasile, Guatemala ed Etiopia, sempre nel rispetto dell’ambiente.

Mosaici ed arredi qui sono tutti originali e l’apparecchio per la tostatura a legna, del 1948, è ancora funzionante.

Ammetto che questo caffè mi sta molto a cuore, forse perché sono molto legata al santo di cui porta il nome, poiché ne ho parlato nella mia tesi di laurea triennale. Ma di ciò trovate un piccolo approfondimento alla fine del post.

Spostiamoci un po’ e raggiungiamo Piazza delle Rotonda, con il suo maestoso Pantheon, li dove svetta anche un’altra delle 101 cose da fare a Roma di cui vi ho già parlato.

Lì di fianco sorge il secondo caffè sul podio: il bar Tazza d’Oro. La sua specialità è la granatina con panna, a cui si è aggiunta la versione più calorica con panna sopra e panna sotto. Ma i puristi del caffè potranno certamente gustare anche la bevanda nella sua classica tazzina, senza farsi distrarre dalla vita romana che imperversa tutto intorno. Una vera chicca, che non si può fare a meno di notare, è il distributore automatico fuori dal bar: per chi avesse urgenza di miscela arabica, chicchi di caffè o addirittura di tazzine e macchinette per preparare la calda bevanda.

Non mi sento di esprimere il mio giudizio su quale sia il mio preferito ed il migliore fra i due ma mi discosto un po’ dal capitolo del libro in questione e aggiungo un terzo caffè da tenere in conto: l’Antico Caffè Greco. Un caffè d’altri tempi, sito in via Condotti dal 1760, nato come una sorta di rivoluzione nella Roma non ancora abituata all’assunzione di questa bevanda. È stato questo il luogo in cui hanno sorteggiato caffè da Casanova a Goethe, da Keats a Shelley e persino Shopenhauer, Stendhal e Silvio Pellico. Fino ad attori di Hollywood del calibro di Paul Newman e Audrey Hepburn. Due curiosità da mettere in evidenza: alcuni artisti avevano l’abitudine di utilizzare l’Antico caffè Greco come fermoposta, facendo arrivare qui la propria corrispondenza. Altra cosa degna di nota è una delle cinque sale di cui è composto il locale: la sala Roma è completamente affrescata con vedute di Roma classica realizzare nel 1897 dal pittore vedutista Vincenzo Giovannini.

Se ancora non ne avete abbastanza di caffè e bar, per uno sguardo più ampio su quello che è il panorama dell’offerta in città, vi consiglio il libro “i bar a Roma” di cui ho già scritto in un precedente post su questo blog.

Io un’idea su quale possa essere il mio caffè preferiti me la sono fatta. E voi? Cosa ne pensate?

La foto è mia di qualche tempo fa.

Approfondimenti

Altroconsumo: consorzio nato nel 1989 è formato da 120!organizzatori. Non ha fino di lucro e promuove in Italia il commercio equo e solidale. Infatti finanzia, produce e commercializza prodotti alimentari che provengono da Africa, Asia ed America Latina. Inoltre ha il compito di sensibilizzare sui problemi di disparità economica far il nord ed il sud del mondo. Oggi conta più di 100 Botteghe del Mondo con oltre 230 punti vendita in Italia. Con i suoi circa 3000 volontari impegnati, é la prima organizzazione in Italia per il commercio equo e solidale e la seconda al Mondo.

Sant’Eustachio: santo martire romano vissuto fra il I e il II secolo. Dalla leggenda è identificato con il generale Placido un pagano poi convertito al cristianesimo. La conversione avvenne perchè, durante una battuta di caccia, egli vide un crocifisso fra le corna di un cervo che pertanto è diventato suo simbolo e suo attributo iconografico.

Isola Farnese e il parco regionale di Veio

C’è un posto, non lontano da Roma, che non conoscevo ed ho avuto modo di conoscere qualche settimana fa, quando la quarantena non era ancora iniziata.

In realtà si tratta di una frazione della capitale sita nell’agro Romano, lungo la via Cassia, al confine con il comune di Formello.

Cascata della Mola

Si hanno notizie di questo borgo già nel X secolo e, per il suo isolamento fra la valle della Storta e quella di San Sebastiano, sito su una sorta di altura tufacea, prese il nome di “insula”.

Di proprietà degli Orsini, fu qui che si appostarono i Lanzichenecchi per compiere poi il famoso sacco di Roma del 1527.

Nel 1567 i Farnese acquistarono il borgo dagli Orsini e solo nel 1800 la zona assumerà la denominazione attuale.

Importante dal punto di vista storico è il castello Ferraioli o Castello Farnese, edificato dagli Orsini nel XIII secolo e passato ai Farnese nel XVI secolo. Il palazzo baronale al suo interno deve la sua forma attuale al cardinale Alessandro Farnese. Passó poi ai Savoia e per eredità a Teresa Cristina, Imperatrice del Brasile (Borbone/Napoli) e successivamente venduto alla famiglia Ferraioli.

Io nel Parco di VeioFlora del Parco di Veio

Con il suo mulino dei primi del ‘900 Isola Farnese rientra nel Parco Regionale di Veio, un’area naturale protetta, sita fra la via Flaminia e la via Cassia.

Questo parco ha il suo centro propulsore nella città etrusca di Veio e interessa nove comuni: Campagnano di Roma, Castelnuovo di Porto, Formello, Magliano Romano, Morlupo, Riano, Roma e Sacrofano.

In particolare Veio fu un’importante città etrusca, sorta non lontano dalla riva destra del Tevere (IX secolo a. C.) e di cui oggi resta un importante nucleo di rovine.

Nell’VIII secolo a. C. la città entró in competizione con Roma per il controllo delle saline alla foce del fiume.

Dopo essere stata conquistata dai Romani, all’inizio del IV secolo a. C., durante il I secolo a. C. fu rifondata come colonia romana e poi Augusto la trasformó in municipio. Il suo momento di massimo splendore fu però durante l’epoca etrusca.

Stando ai dati epigrafici ed archeologici la città fu definitivamente abbandonata nel IV secolo d. C.

L’autore latino Tito Livio la definì pulcherrima (bellissima), il centro abitato era grande quanto Atene e, assieme a Cerveteri, era la più popolosa città dell’Etruria meridionale.

Da Veio pare sia partito l’uso di decorare con pitture murali le pareti delle tombe a camera, oltre ad essere sede di grandi botteghe di scultura.

Oggi è possibile ammirare il Ponte Sodo: una galleria artificiale scavata per canalizzare il percorso del fiume Cremera; i Bagno della Regina: impianti termali di epoca augustea o tiberiana; la cascata della Mola.

Sono visibili anche i resti di un ampio complesso idrotermale; il foro romano; l’acropoli (Piazza d’armi); il Santuario extraurbano di Portonaccio, dedicato alla dea Minerva e probabilmente ad Apollo ( VII secolo a. C.) da cui proviene la famosa statua fittile di Apollo di Veio custodita nel Museo Etrusco di Villa Giulia; una vasta rete di opere idriche che, sempre secondo Tito Livio, furono il modo attraverso cui i Romani di Furio Camillo riuscirono ad entrare e prendere la città dopo un assedio di circa 10 anni.

Numerose necropoli sono state individuate ed interessate da indagine archeologica fra il XIX ed il XX secolo: quattro fontanili, Monte Michele, Vaccareccia, Macchia della Comunità, Monte Campanile, Valle di Fata, la stessa Isola Farnese, Casaleccio, Oliveto Grande, Pozzuolo, Riserva del bagno, Picazzano, Quarto di Campetti, Grotta di Gramiccia, Casale del fosso.

Io ad Isola FarneseIsola Farnes

Approfondimenti

Orsini: fra le più antiche e importanti famiglie nobili d’Italia. Da questo casato provengono 3 Papi: Celestino III, Niccoló III e Benedetto XIII (a cui sono molto legata poiché sua madre era originaria di Toritto, il mio paese). La storica rivalità con la famiglia Colonna si esaurì solo con un matrimonio fra i due casati. Padroni di numerosi feudi, la famiglia Orsini ha probabilmente origine nel IV secolo d. C.

Lanzichenecchi: soldati mercenari tedeschi che combatterono fra il XIV e il XVII secolo. Famosi per la loro violenza e crudeltà. Il termine deriva dal tedesco e significa “servo rurale”; il loro armamento era costituito da una spada e una lunga picca ed erano per lo più di religione protestante.

Farnese: influente dinastia del Rinascimento italiano. Tra i suoi membri più importanti si ricordano Papa Paolo III e il Cardinale Alessandro Farnese (vedi righe seguenti). Furono grandi mecenati d’arte e fecero realizzare opere importanti come Palazzo Farnese e la Chiesa del Gesù a Roma. Di loro proprietà era anche Villa Farnesina, nella stessa città. Le origini del casato sono antichissime e risalgono al X secolo.

Cardinale Alessandro Farnese: nipote di Papa Paolo III (con lui ritratto in un famoso dipinto di Tiziano oggi esposto al museo di Capodimonte a Napoli) con cui collaboró in modo ravvicinato.

Savoia: una delle più antiche e importanti dinastie d’Europa fin dal X secolo, con origini nella zona della Borgogna francese e poi estensione dei propri interessi in Italia. Qui il casato lavoró per l’unificazione nazionale. Fino all’eliminazione della monarchia, nel 1946, fu infatti la Real casa d’Italia. Dal 1947 gli ex-re ed i loro discendenti furono destinati all’esilio dal territorio italiano ma nel 2003, dopo aver giurato fedeltà alla Costituzione, sono potuti rientrare.

Teresa Cristina imperatrice del Brasile: Teresa Cristina di Borbone- Due Sicilie fu consorte di Pietro II del Brasile, soprannominata “madre dei Brasiliani”. Curiosità: il matrimonio avvenne per procura e Pietro II fu in un certo senso ingannato da un falso ritratto della principessa che gli era stato inviato.

Etruschi: popolo dell’Italia antica vissuto fra il IX ed il I secolo a. C. Nell’area denominata Etruria e corrispondente a Toscana, Umbria, Lazio (settentrionale e centrale) e alcune parti di Emilia Romagna, Veneto, Lombardia e Campania. La civiltà etrusca influì enormemente sui Romani, fondendosi con essi intorno al I secolo a. C. A partire proprio dalla conquista di Veio da parte di Roma. Probabilmente la loro origine è da ricercare nel Mar Egeo, in Grecia o in Anatolia ma gli storici moderni protendono per origini autoctone.

Augusto: Ottaviano Augusto è stato il primo imperatore romano. Volle trasmettere l’idea di sè come principe della pace, attraverso un uso attento della propria immagine e favorendo gli intellettuali. Contribuì alla rinascita artistica ed economica dell’impero.

Tito Livio: storico romano autore de “Ab urbe condita”. Probabilmente di origine padovana, si trasferì a Roma per completare gli studi. Non rivestì incarichi pubblici ma si dedicò alla stesura della sua opera.

Minerva: divinità romana della guerra, della lealtà e delle virtù eroiche, conosciuta anche come protettrice degli artigiani. Le sue origini derivano dagli Etruschi che ne fusero il culto con Atena, suo corrispettivo greco.

Apollo: divinità della religione greca e romana. Dio del sole, delle arti, della musica e della poesia. I suoi simboli sono il sole e la lira. È a capo delle Muse ed è descritto come abile arciere.

Furio Camillo: politico, militare e statista romano. Passó da censore a tribuno a dittatore.

Castello di Isola FarneseIsola Farnese

Io ad Isola Farnese

Cascata di Isola Farnese

Le foto sono mie o di Pietro.

Per vistare il Parco

Il presepe dei netturbini (Roma)

Quando tutto ciò sarà finito, se non ci siete mai stati (ma se ci siete già stati è sempre bello tornarci)dovete assolutamente uscire dai soliti percorsi turistici e fare una sosta in questo luogo.

Presepe dei netturbini: natività

Siamo in zona San Pietro, dalla parte di via Porta Cavalleggeri, non lontano da via Gregorio VII.

In alcuni spazi dell’Ama il Signor Giuseppe (ex netturbino in pensione), dal 1972 ha realizzato una natività senza eguali. Con l’aiuto dei colleghi, in 3 mesi ha completato la sua prima opera. Da lì la nascita di un capolavoro conosciuto in tutto il mondo, una mostra perenne e un luogo di preghiera. Tanto famoso da essere visitato anche dal beato Giovanni Paolo II e dalla beata Madre Teresa di Calcutta. Giovanni Paolo II vi era particolarmente affezionato e ne ricordava tantissimi particolari.

Presepe dei netturbini. ParticolarePresepe dei netturbini. Particolare

A me in particolare hanno colpito le migliaia (circa 2300) pietre provenienti da tutto il mondo (e anche dalla Luna) incastonate alla base della scena sacra. Nella mia ultima visita ho avuti l’onore di parlare direttamente con l’artefice di tutto ciò, il signor Giuseppe. E fra una foto e la recita di una poesia (componimenti scritto da lui) gli ho chiesto se posso portargli una pietra del mio paese, Toritto e se la metterà nella sua opera. La risposta è stata positiva quindi cercherò di tornare a breve e farli dono di un pezzettino delle mie origini. Che grande onore far parte di questo simbolo di unione e fratellanza fra i popoli!

Presepe dei netturbiniPresepe dei netturbini

Ogni anno il presepe si arricchisce di particolari: circa 100 abitazioni realizzate in tufo e selce (il materiale dei sanpietrini) con tanto di finestre, porte, un comignolo che fuma. 3 fiumi (9.50 m complessivi), 54 m di strade, 7 ponti, 18 m di acquedotti con 38 arcate. L’acquedotto più piccolo è stato realizzato con frammenti della facciata e del colonnato di San Pietro donati nel 1979 dal cardinale Noè in occasione del restauro della Basilica. E poi ancora una grotta con stalattiti, il cielo stellato, sorgenti d’acqua, 730 gradini (pietre da San Pietro, Betlemme, Greccio e San Giovanni Rotondo), 50 sacchi cuciti da una nobile romana con all’interno sale e cereali. 270 personaggi, 163 pecorelle, cani, buoi, cammelli, asini…

Presepe dei netturbiniPresepe dei netturbini. Genealogia di Gesù

Nella sala si possono anche ammirare una serie di dipinti.

Nel 2011, in occasione dei 40 anni del presepe, è stato realizzato un dipinto che mostra l’evolversi della professione del netturbino e il bollo celebrativo dell’evento.

Fra i visitatori illustri anche Paolo VI (1974), Benedetto XVI (2006), i cardinali Angelo Sodano, Tarcisio Bertone, Gianfranco Ravasi, Giulio Andreotti (1991) e Giorgio Napolitano (2007).

Nel 2012 anche la Madonna pellegrina di Fatima ha sostato davanti al presepe.

Presepe dei netturbini. Saggina.Presepe dei netturbini. Pietra lunare

Incontrare il signor Giuseppe Ianni è un’esperienza unica. 80 anni passati da un po’, lui chiacchiera, racconta della sua famiglia ed episodi legati al luogo (dal ramo secco fiorito alla statua di Maria arrivata per caso e restaurata in loco). Ti interroga sul catechismo (in particolare sulla genealogia di Gesù) e poi conosce esattamente le luci e l’angolazione migliore per scattare una foto in posa davanti al suo capolavoro.

Mostra permanente e ingresso gratuito.

Approfondimenti

Giovanni Paolo II: Papa dal 1978 al 2005. Nel 2011 è stato proclamato beato e nel 2014 santo (festeggiato il 22 ottobre). Primo Papa di origine polacca. Il suo pontificato fu conservatore ma attivo su più fronti. Compì ben 104 viaggi apostolici di grande esempio dal punto di vista ecumenico.

Madre Teresa di Calcutta: religiosa albanese naturalizzata indiana, della Congregazione religiosa delle Missionarie della Carità. Una delle persone più famose al mondo per il suo lavoro fra i poveri di Calcutta. Proclamata beata nel 2003 e Santa nel 2016. Dapprima fu insegnante, poi uscì dal convento e si mise al servizio dei più poveri fino a fondare, nel 1950, le Missionarie della Cartà, scegliendo come “divisa” un sari bianco a righe blu, i colori della casta indiana più povera. Nel 1979 ottenne il Premio Nobel per la pace.

Cardinale Virgilio Noè (1922-2001): studió a Pavia e a Roma fu maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, sotto Paolo VI; poi cappellano della Gendarmeria Pontificia. Dal 1991 al 2002 fu presidente della Fabbrica di San Pietro.

Papa Paolo VI (1897- 1978): eletto Papa nel 1963, beatificato nel 2014 e santificato nel 2018. Originario di Brescia, ordinato sacerdote fu diplomatico in Polonia. Fu stretto collaboratore di Pio XII e poi arcivescovo di Milano. Eletto cardinale da Giovanni XXIII e poi Papa dal conclave del 1963, come già detto. Uomo mite, riservato ma molto erudito. Fu il primo pontefice a viaggiare in aeroplano raggiungendo, nel 1964, la Terra Santa.

Benedetto XVI: Papa emerito della chiesa cattolica, in carica dal 2005 al 2013. Grande teologo di origine tedesca. Nel 1962 partecipò al Concilio Vaticano II e nel 1977 divenne cardinale e fu nominato successivamente Decano del Sacro Collegio. Il suo pontificato ha ribadito molti aspetti della tradizione (es. importanza dell’uso del latino) ed egli ha compiuto viaggi apostolici in 21 paesi.

Cardinal Angelo Sodano: cardinale ed arcivescovo. Ha operato in Ecuador, Uruguay e Cile. Poi nominato cardinale e segretario di stato.

Cardinal Tarcisio Bertone: cardinale, accademico e rettore, segretario di Stato del Papa. Originario del Piemonte diviene sacerdote ed insegnante di teologia a Roma e poi rettore della Pontificia Università Salesiana. Nel 2000, incaricato di pubblicare la terza parte del mistero di Fatima, dialoga con la veggente Lucia. Nel 2006 è nominato segretario di Stato.

Cardinal Gianfranco Ravasi: cardinale, Ni lista, teologo ed ebraista italiano. Originario della Brianza. Ordinato presbitero alterna i suoi impegni religiosi con la passione per l’archeologia e si occupa di divulgazione biblica. Nel 2010 è creato cardinale. È stato commissario generale della Santa Sede presso Expo 2015.

Giulio Andreotti (1919-2013): politico, scrittore e giornalista italiano. Politico con il maggior numero di incarichi governativi nella storia della nostra repubblica. Originario di Roma, laureato in giurisprudenza.

Giorgio Napolitano: Presidente della Repubblica italiana (2006-2015), precedentemente presidente della Camera, ministro dell’interno,deputato, europarlamentare e senatore a vita (dal 2005). Primo Presidente italiano ad essere rieletto per un secondo mandato. Originario di Napoli è laureato in giurisprudenza all’Università Federico II.

Foto mie e di SILVANA.

Altan. Pimpa, Cipputi e altri pensatori (MAXXI -Roma-)

Dalla mia casa ripercorro i mesi appena trascorsi e le tante mostre viste a Roma di cui non ho avuto modo di scrivere: da Canova agli Impressionisti segreti ed alla fotografa Inge Morat. Con i bimbi della mia classe siamo stati anche al MAXXI per la mostra sulla Pimpa.

Ammetto che non è stata un’esposizione che mi ha presa molto ma per gli appassionati sarà stata e sarà sicuramente un’esperienza che merita.

Tutto il percorso artistico dell’autore raccontato attraverso disegni originali, poster, illustrazioni, schizzi…

A cura di Anne Palopoli e Luca Raffaeli è realizzata in coproduzione con Fondazione Sales e Franco Cosimo Panini Editore.

Attraverso l’artista tutto è messo in discussione (un po’ come in questi giorni caratterizzati dall’emergenza COVID-19). Ciò che salva è lo sguardo incantato di Pimpa, una cagnolina che guarda l’universo e le regole del mondo con sguardo curioso e, diremmo oggi, con gli occhi a cuore.

Da vero esponente dell’arte contemporanea Altan, attraverso i suoi personaggi, afferma cose, esprime concetti che ci fanno subito dire “lo potevo fare anch’io”. Ma l’intuizione l’ha avuta lui, è sempre un passo davanti a noi, spaziando fra fumetti d’avventura e disegni per l’infanzia, passando da romanzi illustrati a vignette e sceneggiature. E così illumina il nostro pensiero sul presente e sul mondo.

La mostra è articolata in più sezioni: Altan prima di Altan (schizzi e disegni in cui l’artista è alla ricerca del suo stile); Trino e il primo Altan (la prima vignetta è su Linus nel giugno del 1973 e Trino è il suo primo personaggio); vignette (ritratti amari dei suoi noti personaggi: bambini, casalinghe, pensionati); feuilletton (fumetti lunghi, a volte comici a volte no); Altan illustratore (la parte che preferisco, motivi personali…le illustrazioni dei libri di Rodari e Piumini); Altan e il cinema (dall’esordio in Brasile fino ad un documentario sulla sua vita); Pimpa e i suoi amici (entrare fisicamente nel mondo giocoso della famosa e curiosa cagnolina).

Una mostra che catturerà gli appassionati ed una organizzazione ricca ed impeccabile dell’aspetto divulgativo e dei servizi educativi.

https://www.maxxi.art