La focaccia barese

La ricetta che vi propongo oggi è forse quella che più mi identifica. “Facile, direte voi, sei pugliese, e nello specifico della provincia di Bari, cosa c’è di più tipico della focaccia barese?”

Focaccia barese

In realtà la focaccia è il cibo  più richiesto dalla maggior parte dei miei amici romani una volta che l’assaggio è stato compiuto. Addirittura un pomeriggio di qualche anno fa abbiamo con 3 amiche organizzato un corso di focaccia barese nella mia cucina romana: si sono presentate con tanto di ingredienti e grembiuli e abbiamo occupato l’attesa della lievitazione con tanto di aperitivo.

Il lockdown di questi mesi è stata l’occasione per ripetere l’esperienza con altre amiche, questa volta in videochiamata, ognuna dalla cucina di casa sua.

Ogni tanto mi arrivano messaggi in cui mi chiedono la ricetta allora ho deciso di condividerla rendendo a Cesare ciò che è di Cesare e quindi dichiarando che i meriti sono della mia mamma sia per la ricetta che per avermi insegnato a fare la focaccia barese.

Qualche notizia

La focaccia barese è in realtà tipica di tutta la Puglia , anche se maggiormente diffusa nella zona di Bari, Andrai-Barletta-Trani e Taranto.

Pare che le sue origini siano da ricercare ad Altamura e che sia nata come variante del tradizionale pane di grano duro. In realtà l’occasione era quella di sfruttare il calore iniziale del forno, prima che raggiungesse la temperatura giusta per cuocere il pane.

Ovviamente esistono numerose varianti di ricette poiché la focaccia barese è un prodotto della tradizione gastronomica popolare .

Nella versione più nota si amalgamano insieme semola rimacinata, patate lesse, sale, lievito e acqua. Quindi si lascia lievitare, si condisce e si cuoce, preferibilmente in forno a legna.

Il condimento superficiale può essere di diversi tipi:

  • Il tradizionale prevede pomodorini e olive;
  • La focaccia con le patate è ricoperta da fette di patate di circa 5 mm di spessore,
  • La focaccia bianca è condita con sale grosso e rosmarino;
  • Le varianti fantasia vedono l’aggiunta di peperoni, melanzane, cipolla o altre verdure.

Per assaporarne al meglio l’aroma, la focaccia barese andrebbe mangiata calda.

Nel 2010 si è costituito il consorzio  Focaccia Barese che ha avviato l’iter per l’iscrizione nel registro europeo delle STG (specialità tradizionali garantite) istituito per garantire tali produzioni specifiche.

Ecco quindi la ricetta della mia mamma.

Ingredienti

  • 600 g farina
  • 300 g patate lesse
  • 1 lievito
  • 1 cucchiaio di zucchero
  • 1 cucchiaio e ½ di sale
  • Olio d’oliva
  • Acqua
  • Pomodorini
  • Olive
  • origano

Preparazione

Bollisci e pela le patate, quindi schiacciale con uno schiacciapatate o in alternativa con una forchetta.

Riscalda leggermente in un pentolino un po’ d’acqua. Versa farina, lievito, sale, zucchero e patate in una ciotola e aggiungendo via via l’acqua inizia ad impastare fino ad ottenere un impasto morbido ma non troppo appiccicoso. Lascia lievitare l’impasto minimo 1 ora e ½ dopo averlo coperto. Versa quindi abbondante olio in un tegame da forno grande e stendi l’impasto lievitato aiutandoti con le mani, lasciando che un po’ d’olio del fondo passi in superficie. Quindi cospargi l’impasto con i pomodorini tagliati a metà, le olive,l’  origano e un po’ di sale.

Inforna in forno statico a 180/200 gradi per 20/30 minuti.

 

Il tocco in più (o in meno)

Per verificare la cottura solleva la focaccia con una  paletta e controlla che il fondo si sia dorato; quindi per rendere la superfice più “colorita” metti  il forno in modalità grill per qualche minuto.

 

Allora non vi resta che provare! Buon appetito e buon viaggio nel gusto…

Intanto aspetto i commenti soprattutto dei miei amici pugliesi che magari hanno altre ricette e vorranno confrontarsi e dare ulteriori suggerimenti. Ah, ci tengo a sottolineare che non vi ho fornito la ricetta perché non ho più voglia di preparare la focaccia per tutti i miei amici, quello lo farò sempre ben volentieri.

La foto è quella originale dell’ultima focaccia barese  fatta durante il lockdown in collegamento con le mie amiche.

Rodi e le Isole Tremiti: due giorni sul Gargano

Sapevo che avrei amato le Isole Tremiti, troppo era il desiderio di andarci. Non potevo sapere però che me ne sarei innamorata follemente.

Foto scattata da Gabriele

Giorno 1

È l’estate delle prime volte. Tasselli che completano il puzzle, spunte che segnano cose fatte e luoghi visti. Risposte finalmente affermative ai vari “Ma davvero non ci sei mai stata?”

Storie di bastoni piantati. Il lago di Varano visto dal Gargano. Il profumo degli alberi e dei frutti di fico.

Aspettare l’onda giusta a Rodi Garganico e fingere di serfare.

Correre a piedi nudi sul bagnasciuga come non facevo da anni.

I ragazzi raccolgono per me delle more e io mangiandole mi imbratto le mani.

La camera 104 blocca dentro i suoi residenti e gli orari delle messe sono decisamente arbitrari.

Scalette, vicoli, salite e discese per trovare un locale dove cenare, ma pare che l’umanità si sia data appuntamento qui stasera. La soluzione è l’arte di arrangiarsi, anche quando i bimbi si addormentano e tocca portarli a spalla. Ma infondo come diceva Rossella “Domani è un altro giorno”.

Isole Tremiti

Giorno 2

Il traghetto per le Tremiti è un posto giovane. Mi sembra di essere sul set di uno dei tanti film con storie di ragazzi che partono per un viaggio su un’isola con un passaggio-ponte. Sguardi e sorrisi che si incrociano. Ricordi di tante altre imbarcazioni prese in questi anni. Un colpo di fulmine breve, intenso e impossibile. Il giro delle isole mostra scorci impensati: la grotta Viola e quella delle rondinelle, lo scoglio dell’elefante, l’azzurro del cielo e del mare che incorniciano le bianche scogliere a picco, ricoperte dal verde dei pini d’Aleppo.

Sulla spiaggetta di San Domino l’acqua è cristallina: angoli di paradiso e location da set fotografici. A pranzo una pineta con una delle viste più belle che io abbia mai ammirato. Non c’è spazio per le polemiche e gli episodi da attacchi di panico.

L’isola di San Nicola fa scattare in me una sorta di sindrome di Standhal: come dico sempre, probabilmente, in un’altra vita devo essere stata un’isolana. La salita verso l’abbazia è una scarpinata che affronto, ormai come di consueto, in infradito. Questa volta anche in costume da bagno. È tutto talmente affascinante che a fatica trovo le parole e sceglierò la foto del giorno fra le centinaia scattate.

Chiacchiero un po’ con Michela che vive sull’isola da marzo a settembre.

Mi affaccio dal terrazzo del signor X, nostalgico ottantenne trasferitosi a Milano. Ora vive la sua isola solo per due mesi all’anno. Ma per 20 anni suo padre è stato il guardiano del faro di Capraia e lui è cresciuto li. Entrambi mi raccontano dei tempi che furono. Di giorni fiorenti che hanno visto un’ annuale diminuzione dei turisti. Queste isole sono poco conosciute ma sono un incanto e di entrambe le cose non mi capacito…

50 sfumature di Taranto

Taranto non è solo la città tristemente nota per le vicende legate all’ILVA. È la città dei due mari, l’unica polis della Magna Grecia che assieme a Siracusa si oppose all’avanzata romana, proteggendo la sua grecità fino all’ultimo. Da Taranto deriva la “taranta”, il ballo legato al morso del ragno Lycosa Tarantula che dalla città prende il nome. È questo anche il luogo delle processioni lunghissime che caratterizzano la settimana santa, delle cozze e del golfo omonimo.

Sul lungomare il pescato del giorno e la figura di Paisiello, il compositore che vanta fra le sue opere il Barbiere di Siviglia.

Al castello Aragonese un marinaio è a nostra disposizione per una visita guidata gratuita. Ode alla Marina Militare anche se per tutto il tempo della visita ha sostenuto che io fossi di origine malese.

Superato il ponte girevole ci accoglie il monumento al marinaio e poi il lungomare di cui ci colpisce la grande quantità di verde(ci sono anche i capperi!).

Quindi un giro in via D’Aquino e via Di Palma e finalmente l’allestimento magistrale del MarTa, il museo archeologico in cui la fanno da padrone i famosissimi è bellissimi “ori di Taranto”. Un’esperienza bellissima, nonostante l’insolito sistema orario di apertura/chiusura dei vari piani espositivi.

Attaccare bottone, come mio solito, è facilissimo. Due colonne doriche so incontrano quasi per caso, come fossero vecchi amici.

Il Duomo ha orari risicati è abbastanza arbitrari ma il cappello e di San Cataldo è un tripudio di marmi e intarsi, si mostra in tutto il suo splendore e compete degnamente con il tesoro di San Gennaro a Napoli.

Via Cava e i suoi ipogei. Le città di mare si assomigliano un po’ tutte. Taranto mi ricorda Napoli, Catania, Cuba…lo stesso fascino decadente dei centri storici, gli stessi intonaci scrostati. Al bar della stazione però non vendono la Raffò.

(Foto mie e di Alba, che ringrazio anche per la scelta del titolo. Grazie a Luciana per i suggerimenti di itinerario)

Info:

– Castello aragonese: http://www.castelloaragonesetaranto.com

-MArTA: http://www.museotaranto.beniculturali.it/web/index.php?area=1&page=home&id=0&lng=it

Giovinazzo: fra storia e mare

Quando vado al mare con i miei, ormai da anni, vado a Giovinazzo e la nostra spiaggia del cuore è una distesa tranquilla di ciottoli a due passi dal centro abitato (ma ci sono anche altre spiagge).

Siamo in provincia di Bari, in quella che secondo la tradizione (e la leggenda) è la nuova Netium (Juvenis Netium). Pare che tale cittadina, di origine peuceta, sorgesse nell’entroterra  e una volta distrutta fosse stata ricostruita sul mare.

Il borgo subì poi le contese di Bizantini e Longobardi e le sue mura di cinta, per molti legate alla figura dell’imperatore Traiano, furono costruite dai Normanni.

Si avvicendarono quindi gli Svevi, gli Angiò, i Gonzaga e la famiglia Giudice, a cui è attribuito il Palazzo Ducale, sorto nel 1657/1659 accanto alla nota cattedrale e caratterizzato da ingresso solenne, cortile e balconata sul mare.

Ad esso si associano tantissimi altri palazzetti appartenenti a famiglie “blasonate” del passato.

Il centro antico (sulla differenza con il centro storico vi rimando infondo all’articolo) sorge direttamente sul mare. Elemento di spicco è il così detto arco di Traiano, porta d’accesso alla città, costruita sfruttando quattro miliari (definizione sempre infondo) dell’antica via traiana e capitelli medievali.

Da vedere sicuramente la piazzetta Costantinopoli, antica dede del sedile,  su cui sorge l’omonima chiesa (con opere di Carlo Rosa).

Centro della vita cittadina e di tante manifestazioni che la animano è Piazza Vittorio Emanuele II, con la sua fontana dei tritoni risalente al 1933.

Da non trascurare una passeggiata al porto vecchio e la vista della torre di vedetta, che si sviluppa su tre livelli, risalente agli anni ’20 trasforamata in faro; una sosta merita anche il torrione aragonese, detto in dialetto locale “U TAMMURR”(il tamburo), in riferimento alla sua forma.

Particolarmente degna di nota è la cattedrale di origine romanica ma completamente rifatta, fra il XVII e il XVIII secolo, in forme barocche. Sotto  il pavimento in tipiche chianche gli scavi hanno restituito resti musivi. la chiesa custodisce, dal 1677, l’Immagine della Madonna di Corsignano, poichè il relativo casale si spopolò a seguito della peste del 1659 e fu poi completamente distrutto dal terremoto del 1731. Al suo interno anche opere del pittore Carlo Rosa.

Nelle campagne circostanti, oltre al suddetto casale si segnalano le chiese del Padre Eterno, San Pietro Pago, S. Lucia, San Basilio, San Francesco e il casale e la chiesa di Sant’Eustachio, a cui sono particolarmente legata poichè argomento della mia tesi di laurea triennale.

Sempre nel territorio rurale si trov aanche il dolmen San Silvestro.

La città è stata sede di numerosi set cinematografici (in particolare per i film del conterraneo Sergio Rubini).

Vi ho incuriosito abbastanza? Se non fossero bastate le parole fatevi ispirare dalle fotografie (mie e della mia amica Angela con il supporto di Donato).

Approfondimenti

Centro antico e centro storico: la definizione è stata elaborata da Roberto Pane negli anni ’60.  Il centro antico sarebbe il nucleo originario, la stratificazione archeologica mentre per centro storico s’intende la città nel suo insieme, con tutti i suoi sviluppi (es. moderni). Oggi al centro antico ci riferisce con “nucleo antico”.

Pietre miliari: cippi iscritti posti sul ciglio delle strade romane con una serie di abbreviazioni che indicavano in miglia romane (1480 m.)la distanza dall’inizio della strada o dalla città più vicina.

 

Il pulo di Altamura

Lo ammetto, ci vivo a circa 20 km di distanza e non lo avevo mai visto fino a qualche giorno fa, quando mi ci sono fatta portare dal mio papà.

Si tratta della più grande dolina carsica dell’Alta Murgia (gli altri, più piccoli sono i pulicchi di Molfetta, Gravina e della mia Toritto).

Infondata l’idea della sua nascita dovuta alla caduta di un meteorite, piuttosto legata invece a fenomeni carsici diffusissimi sulle Murge.

La parete nord, ricca di grotte, pare fosse abitata dall’uomo sapiens.

Nel 1600 in una di esse vi era ancora una chiesetta, forse frequentata da un eremita.

La sua esposizione e le caratteristiche delle pareti ricreano un microclima in cui vivono degli animali abbastanza rari come il corvo imperiale.

Negli ultimi anni è stato notevolmente risistemato (eliminate le leggendarie automobili letteralmente lanciate sul fondo) è attrezzato con tavoli da pic nic, possibilità di visite guidate, percorsi di trekking e cartelli didattici.

Un ringraziamento ai miei amici Paolo e Simonetta per il suggerimento di visita.

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Altamura

Federicus 2019

Federicus 2019 (Altamura)

Approfittando di questi giorni di permanenza al Sud ho potuto partecipare ad una manifestazione che adoro e da cui lo scorso anno ero stata forzatamente assente.

Il mio amore per Federico II credo di averlo già più volte dichiarato in questo blog quindi una manifestazione interamente dedicata a lui ed alla sua personalità eclettica non poteva non affascinarmi.

Per l’occasione l’intera città di Altamura si anima di medioevo: i vicoli ed i tipici claustri vengono assegnati ai 4 quarti (fazioni). 4 diverse etnie (ebrei, greci, latini e saraceni) trasformano il paesaggio urbano decorandolo in base ai propri modi di vita intorno al 1232, anno in cui, secondo le fonti, l’imperatore Svevo Federico II, il puer Apuliae, passó in città e ne ordinó la costruzione della cattedrale poiché in quel luogo il suo seguito era stato guarito dalla malaria.

L’impegno è quello di tutta la comunità: istituzioni, scuole, parrocchie, associazioni di volontariato che trasformano il centro cittadino con botteghe, mestieri, giochi ed esibizioni.

Le location sono differenti: Piazza della Repubblica è l’area dedicata ai giochi; Piazza Duomo ha ricreato una vigna ed un mulino; in Piazza Matteotti c’è il vero “palcoscenico” su cui si svolgono gli spettacoli di falconeria, su cui convergono i cortei da cui sarà acclamata la “Bianca Lancia”eletta e ci sarà la gara di scacchi giganti; nell’ex-convento di Santa Chiara è allestita una mostra d’arte è sempre grande interesse suscita il museo della tortura.

Siamo giunti all’VIII edizione di questo evento che quest’anno è dedicato a “Li agi” alla corte dell’imperatore, riprendendo la triade dantesca del XIV canto del Purgatorio: l’amore cortese, li affanni e li agi (appunto). Per una idea di medioevo non buio ma dediti ai piaceri, al lusso, agli eccessi, al divertimento.

Oltre 1000 figuranti per il corteo storico in notturna con giochi di luci e fuochi ( novità di quest’anno) sotto la direzione artistica di Alessandro Martello e le scenografie e costumi di Franco Damiano. Circa 50 gli artisti di strada (trampolieri, incantatori di serpenti, giocolieri, falconieri…) selezionati in tutta Italia dal direttore artistico.

Novità sono la prima edizione del festival di musica medievale e il corteo dei fanciulli con drappi ed arazzi da essi dipinti, con la presenza delle figure di Madama Cattedrale e Madre Natura.

Il giorno 24 aprile, con l’apertura simbolica di porta Matera si da’ inizio al medioevo altamurano, che vedrà tutti proiettare lo sguardo al passato con l’intento di riappropriarsi delle proprie origini. Provare per credere. Avete tempo fino al 28 aprile.

P.S. Un ringraziamento speciale alla mia amica Patrizia per avermi fornito fonti valide di approfondimento.

Le ragazze di Archeoexplora

Attraverso amicizie in comune qualche mese fa ho scoperto queste 4 ragazze, la loro associazione e la loro professionalità messa al servizio dell’archeologia. Vi va di conoscerle?
Visto il successo ottenuto con Jijide vi ripropongo la formula dell’intervista. Questa volta quadrupla…
Nome e Cognome

Michaela Ciocia

Ilaria Vigliarolo

Anna Esposito

Nica Carrasso

 

Età (siete tutte giovanissime quindi potete dirla tranquillamente)

Michaela: 29 anni

Ilaria: 29 anni

Anna: 29 anni

Nica: 29 anni

 

Provenienza geografica

Michaela: Bitonto (Ba)

Ilaria: La Spezia

Anna:Bari

Nica: Cassano delle Murge (Ba)

 

Percorso di studi e specializzazione 

Michaela: laurea specialistica in Archeologia e diploma di specializzazione in Antropologia fisica;

Ilaria: laurea specialistica in archeologia e diploma di specializzazione in antropologia fisica. Mi occupo di paleonutrizione;

Anna: laurea specialistica in archeologia e diploma di specializzazione in archeologia tardo antica.

Nica: laurea specialistica in archeologia e diploma di specializzazione in archeologia della preistoria

 

Situazione sentimentale

Michaela: sposata da 3 anni con una figlia di 2

Ilaria: felicemente single

Anna: Convivente con un figlio di 7 mesi

Nica: fidanzatissima in procinto di sposarmi

 

Come vi siete incontrate?

Michaela: Ci siamo incontrate nel 2015. Era il giorno del test di ammissione alla scuola di specializzazione in beni archeologici. Alcune di noi si conoscevano già, ma abbiamo consolidato i nostri rapporti durante il percorso di studi. Siamo amiche prima che colleghe.

 

Un aggettivo per ognuna delle tue colleghe e un  aneddoto simpatico che riguarda una delle altre

Michaela: Ilaria= fresca (vitale); Anna=meticolosa; Nica= realista e stacanovista

Trascorriamo sempre piacevoli momenti insieme! Momenti di sano confronto. Siamo quattro persone diverse con personalità differenti! La chiave del nostro successo e della nostra amicizia è nella compensazione. Ci unisce affetto sincero ma soprattutto stima, fiducia e rispetto reciproco. Ci divertiamo tanto insieme. Gli aneddoti da raccontare sono molti.

Ilaria: Anna = precisa; Michaela= entusiasmante; Nica= leale

Anna: Michaela=affascinante; Ilaria= chiara; Nica= leale

Nica si sposa e noi siamo talmente felici per questo evento che abbiamo deciso di regalarle le fedi. Adoriamo sia lei che il suo ammirabile fidanzato! Tutto questo ha un valore emotivo profondo che ci unirà ancora di più, perché le fedi sono il simbolo di un sigillo! Il sigillo di un amore che si concretizza e di una amicizia che travalica ogni logica.

Nica: Michaela= travolgente; Anna= precisa; Ilaria= autentica

Nel 2015 abbiamo trascorso una bellissima serata insieme. Tante risate, una bella chiacchierata, un grande sogno nel cassetto… insieme essere il cambiamento dell’archeologia! Insieme siamo una Archeo esplosione! Quella sera una bella bottiglia di vino rosso ha fatto la differenza!

Come è nata l’idea di archeoexplora?

Michaela: L’idea è nata sin dalle prime lezioni a scuola. Lo scopo è sempre stato quello di creare una realtà nuova in cui credere ed investire. Abbiamo impiegato due lunghi anni prima di giungere ad Archeoexplora. Tante riunioni, tanti incontri per capire davvero come fare la differenza e cosa poter offrire. Archeoexplora è sinonimo di rivoluzione. Durante uno dei nostri eventi ci hanno definite archeoesplosione! Archeoexplora vuole sfatare il mito che l’archeologia oggi sia una disciplina di carattere squisitamente umanistico, ma soprattutto Archeoexplora vuole raccontare, condividere e restituire alla comunità i risultati delle varie ricerche. Archeoexplora è una realtà inclusiva, utilizza le nuove tecnologie per rendere la ricostruzione storica avvincente e coinvolgente.

 

Cosa rappresenta il vostro logo?

Michaela: Il nostro logo rappresenta l’unione delle nostre personalità: quattro spirali con un colore specifico che si intersecano ed incontrano per la realizzazione di un medesimo sogno. Parlando di simbolismo ci siamo ispirate, da brave archeologhe, al mondo archeologico. Il nostro logo è la rivisitazione di un fermatrecce dell’età del bronzo, un  preziosissimo elemento di ornamento femminile, sinonimo di forza, passione e di un certo status sociale.

 

In quale dei quattro colori originali del logo ti identifichi? Perché?

Michaela: io sono il verde, per Archeoexplora son speranza, positività e fiducia nel futuro.

Ilaria: io sono il blu, rappresento la sfera più intima e riservata di Archeoexplora. Michaela direbbe che sono un lapislazzulo pregiato a aristocratico;

Anna: io sono il rosso, rappresento l’anima passionale e guerriera di Archeoexplora;

Nica: io sono l’arancione, un colore che ricorda la terra. Amo la praticità e tutte le attività all’aria aperta. Amo il mio territorio.

 

Il vostro lavoro si svolge su più fronti ed è rivolto a diversi soggetti. Cosa offrite alle istituzioni?

Michaela: Offriamo consulenze e supporto per varie progettazioni. Aiutiamo a valorizzare il patrimonio immenso, a renderlo fruibile, ed al contempo offriamo la possibilità alle comunità di proporsi in maniera diversa, creando così nuovi indotti economici.

 

Qual è la vostra relazione con le scuole? E con l’università?

Michaela: Siamo impegnate a scuola con diverse attività. Progetti PON, percorsi di alternanza scuola lavoro, seminari. Attualmente ci rivolgiamo ai ragazzi delle scuole superiori. Lo scopo è sempre il medesimo: parlare di scienze per l’archeologia; stimolare i ragazzi verso la progettazione per una valorizzazione e fruizione innovativa del territorio. Cerchiamo di stimolare la loro sensibilità verso il patrimonio culturale e perché no accompagnarli verso una scelta consapevole del percorso universitario.

Per quanto riguarda il nostro rapporto con l’università, è un rapporto di immenso amore, nonostante le difficoltà! Siamo tutte impegnate in un gruppo di ricerca della scuola di specializzazione in beni archeologici dell’Uniba e con tanta dedizione portiamo avanti le nostre ricerche, scriviamo articoli, partecipiamo a convegni, siamo tutor per i laureandi. Insomma l’università è il nostro habitat, la nostra seconda casa.

 

La parte che mi ha spinta ad intervistarvi ( e che piacerà ai miei lettori viaggiatori) è il vostro impegno per la comunità,  in un “turismo” fuori dagli schemi, che punta alla valorizzazione. Di cosa si tratta?

Michaela: Pensiamo e realizziamo attività per il tempo libero delle persone comuni. Famiglie, gruppi di amici, bambini, ragazzi, adulti. Siamo convinte che oggi più che mai le persone abbiano bisogno di fare e sperimentare. Archeoexplora è anche sinonimo di tempo di qualità. Organizziamo passeggiate ed escursioni alla scoperta di lame, siti abbandonati, parchi archeologici, percorsi sotterranei.

Durante la prossima estate abbiamo in programma 3 serate alla scoperta del patrimonio archeologico pugliese. Il titolo di queste serate è Archeonight (non ci spingiamo oltre con i dettagli, perché in fase di definizione).

Organizziamo open day esperienziali di archeologia, antropologia e tecnologia.

Le parole che sintetizzano la vostra mission sono ESPLORIAMO, PROGETTIAMO, SPERIMENTIAMO. Definiscile.

Anna: Esploriamo significa che non ci fermiamo mai, giriamo sempre per la Puglia alla scoperta di nuovi tesori e patrimoni da raccontare.

Michaela: Progettiamo perché abbiamo una grande creatività, abbiamo deciso di metterla a disposizione delle istituzioni per creare nuove opportunità. Le comunità possono avere la possibilità di proporsi in un’ottica completamente nuova. Attraverso la nostra progettazione si creano nuovi indotti economici.

Ilaria: Sperimentiamo nuovi metodi di divulgazione.

 

Avete pensato di promuovere un nuovo hastag (che ammetto mi sta molto simpatico) #tiscavoetiracconto. Cosa volete dirci?

Michaela: Lo scopo è quello di invitare il pubblico di non addetti e soprattutto quello degli specialisti a raccontare il proprio territorio, a raccontare la propria percezione rispetto al patrimonio culturale, sia in positivo che in negativo. 

Abbiamo in realtà lanciato un altro hashtag: “Archeopostiamo”. L’invito è quello di immortalare fotograficamente o tramite video l’immenso patrimonio archeologico che ci circonda, con lo scopo di metterlo in rete e condividerlo.

 

Cosa significano per voi APPROCCIO MULTIDISCIPLINARE, INNOVAZIONE, ACCESSIBILITà?

Michaela: Approccio multidisciplinare è il connubio e l’apporto delle diverse scienze che oggi può garantire una ricostruzione del passato più o meno recente, in maniera sempre più attendibile. L’archeologia non è più una disciplina autoreferenziale.

Nica: Innovazione… siamo soliti pensare all’archeologia come qualcosa di obsoleto. Errore!!! L’archeologia oggi è innovazione. Archeologia 3.0, una archeologia che si avvale delle nuove tecnologie e soprattutto dei social per raccontarsi e rinnovarsi. Realtà virtuali, video giochi a tema archeologico sono la nuova frontiera. 

Anna: Accessibilità…necessario riappropriarsi del proprio patrimonio culturale. Archeoexplora vuole renderlo accessibile a tutti attraverso un linguaggio semplice ma di contenuto. Per accessibilità intendiamo anche accessibilità fisica ai luoghi per ogni categoria. 

 

Raccontateci la vostra ultima attività: recente o prossima.

Michaela: Attualmente siamo impegnate felicemente nella realizzazione di un open day presso il centro di fabbricazione digitale del Politecnico: “ Officina del tempo. Esperienze innovative alla scoperta di un medioevo multietnico in terra di Bari”. In sostanza un open day di antropologia virtuale. 7 laboratori pensati per quanti vi parteciperanno, alla scoperta delle proprie radici e dell’immenso potenziale del patrimonio archeologico e antropologico.

 

Dove mi porterete quando ci vedremo in Puglia? Che esperienza mi farete vivere?(si, mi sono autoinvitata!)

Ilaria: Potremmo portarti alla scoperta di posti meravigliosi, non molto noti. Alla scoperta di un turismo slow e non di massa.

Nica: Iniziamo da Polignano, meta ambita per il suo centro storico e per la scogliera, ma quanti conoscono il sito archeologico di Santa Barbara che insiste sul suo territorio, e che conserva una immensa storia stratificata tutta da scoprire?

Michaela:Oppure potremmo portarti a Lesina. Attraversando una passerella lignea lunga 400 m che attraversa l’omonima laguna e che congiunge la cittadina al cosiddetto isolotto di San Clemente, potremmo ammirare i resti di un sito archeologico sommerso. Si tratta di una peschiera di età romana dove veniva prodotto il garum, una pregiata salsa di pesce. Ma la laguna racchiude tesori ben più antichi, che risalgono alla presistoria.

Anna: Oppure potremmo portarti alla scoperta della lama Balice che è la culla di tantissimi siti di età preistorica, e potremmo fare anche un viaggio alla scoperta di ere geologiche lontanissime dalla nostra, alla volta delle impronte e tracce dei dinosauri (per questo facciamo riferimento ad esperti paleontologi).

Che ne pensate? Non vi è venuta voglia di partecipare subito a tutte le loro attività? Io le esperienze che mi hanno proposto le farò tutte e ve le racconterò.

Voi intanto continuate a seguirle sui social alle pagine Instagram e Facebook Archeoexplora e sul loro sito:

https://www.archeoexplora.com

 

 

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Sul lungomare del mondo: Bari

Mesi fa ho chiesto alla mia amica Francesca, barese doc ed ottima fotografa amatoriale, di passarmi delle foto della città per accompagnare un post sul mio blog. Poi, complici gli impegni ed un po’ di sacro timore e reverenza nei confronti dell’argomento, ho sempre rimandato. Ma ora credo che i tempi siano maturi…

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Di Bari, della mia città (in realtà, per campanilismo sottolineo che sono di Toritto, in provincia) ho sempre adorato il lungomare, con i suoi lampioni caratteristici.

Un lungomare ampiamente ammirato ed utilizzato anche come set cinematografico e fondale per numerosi film e videoclip musicali (solo per citarne uno “L’amore è una cosa semplice” di Tiziano Ferro). Un lungomare che per me è l’espressione stessa di questa città di frontiera, crocevia fra Oriente ed Occidente, legati da quel santo, fortemente voluto dalla città e da quei marinai che nel 1087 ne traslarono il corpo da Mira, in Oriente, fino a Bari.

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Il santo in questione è San Nicola a cui è dedicata la Basilica, in stile romanico, che sorge al posto dell’antica corte del catapano bizantino, affacciata su ciò che resta delle mura cittadine, la famosa Muraglia.

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Altro polo religioso importante è la cattedrale dedicata a San Sabino ed a Maria Odegitria (Colei che mostra la via).

La Bari più verace è quella della città antica, Bari Vecchia, rivalutata da circa un ventennio, dove, fra vicoli ed archi, le signore realizzano a mano kili e kili di orecchiette ed invitano ad assaggiare una specialità, le sgagliozze (polenta fritta). Alle signore si affiancano poi locali cool e ristoranti che rendono la zona il centro della movida, dislocata fra piazza del Ferrarese e piazza Mercantile.BariBari

Ma l’autenticità del popolo barese emerge soprattutto in occasione della festa del santo patrono: il 6 dicembre, dies Natalis del santo, all’alba si celebra una messa e poi la tradizione vuole che si faccia colazione con la cioccolata calda. Fra il 7 e il 9 maggio invece si ricorda la traslazione delle ossa del santo ed il loro arrivo in città: processioni, cortei storici, musica e fuochi d’artificio muovono gli animi dei cittadini e di numerosi Pellegrini (anche di Fede ortodossa) provenienti da ogni dove.

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La città ha infatti anche una chiesa russa voluta dallo zar Nicola II.

Degni di nota i teatri cittadini: il teatro Piccinni , il teatro Margherita (recentemente riaperto ha ospitato la mostra Van Gogh experience )e il teatro Petruzzelli, fiore all’occhiello del capoluogo pugliese, restaurato dopo un gravissimo incendio. Ad essi si associa un rinomato conservatorio ed una università fra le prime in Italia.

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Una visita merita il Castello Svevo, risistemato nel 1500 da Isabella d’Aragona e Bona Sforza.

E come dimenticare il Palazzo dell’Acquedotto in stile Liberty e la Pinacoteca Provinciale?

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Il mio preferito è però il Museo Diocesano poiché conserva un oggetto poco diffuso: si tratta degli exultet, rotoli di pergamena usati durante la liturgia della veglia pasquale che prendono il nome dalla loro prima parola. La loro particolarità è che testo ed immagini correlate sono distribuite in verso opposto in modo tale che il lettore potesse leggere ed i fedeli potessero guardare le immagini. Un piccolo gioiello nel cuore della città.

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Se il vostro obiettivo invece è lo shopping via Sparano e Corso Cavour (da pronunciarsi obbligatoriamente Càvour, con accento sulla A) faranno al caso vostro.

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Ritroverete così una città dall’atmosfera cosmopolita in cui si possono ammirare tutti i colori e le sfumature del mondo.

(Foto mie e di Francesca)

Cassano delle Murge e il convento di Santa Maria degli Angeli

Metti una sera di fine estate, qualche buon amico, un vento di maestrale abbastanza forte da farti rabbrividire, nonostante la giacca a vento rispolverata per l’occasione.

La location merita: il convento di Santa Maria degli Angeli a Cassano.

Vito Campanale (ricercatore e storico locale) ci guida magistralmente fin su al faro, rifatto nel 1954 ma pluricentenario dono dei marinai baresi al convento (allineato con il vecchio porto era un punto certo visibile dal mare).

La storia dell’insediamento monastico inizia nel 1200 circa con la scoperta, sulla parete della grotta ancora oggi visitabile, di un affresco del III-IV SEC. raffigurante la Vergine.

I francescani arriveranno nel 1400 circa e il convento conoscerà un periodo di grandissimo sviluppo, con una biblioteca dai numerosi volumi ed un noviziato per i giovani.

Alla fine del XVI SEC le dimensioni del complesso saranno ridotte e fra 1600 e 1700 saranno innalzati elementi peculiari ancora oggi visibili quali il torrione e lo scalone.

Seguirono anni di abbandono (post Napoleone)e la definitiva rinascita con gli agostiniani (dal 1935) fino all’incoronazione della Vergine nel 1949.

Cassano è nota però anche per la foresta di Mercadante, voluta dal regime fascista (1928) per evitare il dissesto idrogeologico della Puglia.

Poiché in Italia esistono 7 Cassano, nel 1862 venne aggiunta “delle Murge” per distinguere questa cittadina.

La città ha probabilmente origini romane, come dimostra un pavimento musivo ritrovato sotto palazzo Miami.

D’interesse anche la chiesa di Santa Maria Assunta è quella della Madonna delle Grazie.

Sono stata attenta eh durante la visita! Ho preso appunti e mi sono documentata!

(Le foto sono state gentilmente scattate per me dai mie amici in loco Isa e Mimmo)

Tutti al mare…a Monopoli

Alcuni si stavano chiedendo (soprattutto qualcuno dall’altra parte del mondo) dove avessi passato il mio week end. Sono stata al mare, fra Cozze (di cui già vi avevo parlato in un altro post) e Monopoli.

Il mare di Monopoli è noto per le sue calette, piccole insenature che creano delle conche di sabbia riparate dai venti da alti speroni di roccia. Esempi sono Porto Rosso, Porto Ghiacciolo, Lido Colonia…

Il centro storico, di origine altomedievale, è circondato da mura e si affaccia sul mare. Sorge su un antico insediamento di origine messapica (V a. C.). La concattedrale è dedicata alla Madonna della Madia, ricostruita nella seconda metà del 1700.

Altri luoghi d’interesse sono la chiesa dei Cappuccini, il convento di San Francesco da Paola, quello di San Domenico, il convento di San Nicola in Pinna e da non perdere una serie di piccole chiese rupestri, oltre al Museo Diocesano.

Il Castello di Santo Stefano per tutto il Medioevo fu parte essenziale della difesa della città, mentre il castello di Carlo V fu edificato sotto la dominazione spagnola.

Nell’agro della città sorgono numerose masserie fortificate e antichi casali.

Fra i miei luoghi preferiti senza dubbio la zona del Porto Vecchio.

(foto mie)