La mia intervista per Easy Travel Hosting

Qualche tempo fa sono stata intervistata da Easy Travel Hosting, una società di web hosting 100 % ecologica ed ecosostenibile creata da due nomadi digitali il cui obiettivo è quello di rendere il web più pulito e di rendere consapevoli che lo stesso è sempre più inquinante.

Lisbona ed io

Quanti voi infatti sanno che realmente il web inquina?

 1 ECCO LA DOMANDA CHE METTE IN CRISI TUTTI: COSA VUOI FARE DA GRANDE?

Questa è una domanda che potrebbe mettere in crisi molti. Rispondo raccontando un episodio: lavoro in una scuola dell’infanzia con bambini dai 3 ai 5/6 anni. Con loro leggo, chiacchiero, gioco…e sarà questa vicinanza, sarà che non sono molto alta…credo che loro non abbiano la piena percezione del mio essere “adulta”. Fatto sta che un giorno un bimbo mi ha chiesto (come racconto anche nel mio blog): “Maestra ma tu da grande che vuoi fare?” Ed io, con molta serenità gli ho risposto: “La viaggiatrice!”.

Se vi va di leggere tutta l’intervista la trovate a questo link

VIAGGIATRICE DA GRANDE – I VIAGGI DI CARMEN

 

Il mio racconto di viaggio per il concorso di MuseoCity

Qualche giorno fa mi è arrivata la comunicazione di aver vinto un premio con il racconto di viaggio con cui ho partecipato al concorso indetto da MuseoCity.

MuseoCity è un’Associazione senza scopo di lucro che opera per la promozione e la valorizzazione del  patrimonio museale milanese con il fine di  di incrementare il coinvolgimento del pubblico e la partecipazione alla vita artistico-culturale della città, conferendo al Museo anche una dimensione di accoglienza.

Per far fronte al periodo di lockdown l’associazione ha organizzato un concorso settimanale “Capolavori e tante storie fai da te”: ogni settimana era scelta un’opera contenuta in uno dei musei di Milano e venivano associati ad essa un concorso sul disegno ed uno sul racconto. Ognuno poteva quindi presentare un’opera per categoria a settimana. Nella categoria disegni vi era una riproduzione da stampare e colorare (o riprodurre secondo la propria fantasia e con tecnica a scelta) mentre per i racconti vi era un incipit (sempre legato all’opera prescelta) e l’autore aveva il compito di continuare la storia.

Nella settimana fra il 20 ed il 26 Aprile l’opera scelta era la scultura di Francesco Messina “Bambino al mare” conservata nello Studio Museo Francesco Messina (Milano).

Ecco il mio racconto:

“Sono un bambino. Osservo il mare. Il mare sa essere calmo, tranquillo, arrabbiato,
agitato, tempestoso, spumeggiante proprio come me. E i miei stati d’animo. Alle volte mi chiedo…”

Cosa c’è dall’altra parte di questo blu così grande e profondo? Forse un bambino come me, che si fa le stesse domande.

Un giorno mi piacerebbe prendere una di quelle grandi navi che ho visto al porto e andare lontano.

Non mi sono mai allontanato dal mio paese: conosco bene il mio giardino e la strada  da casa a scuola e ogni albero del parco giochi dove incontro i miei amici.

Ma il nonno mi ha raccontato che il mondo è molto più grande. Grandissimo. Mi ha mostrato un planisfero, una specie di mappa del tesoro, come quella che ho visto nel film con i pirati assieme a papà. Il nonno mi ha detto che sul planisfero c’è tutta la terra e che è qualcosa di meraviglioso, più di tutti i giochi insieme.

Nel mondo ci sono palazzi altissimi, più alti delle nuvole, con ascensori così veloci che si arriva in cima in un attimo. Ci sono foreste e boschi dove è impossibile conoscere tuti gli alberi che li compongono e dove vivono in libertà quegli animali che mi piacciono tanto e che una volta ho visto allo zoo. Nel mondo ci sono mercati galleggianti e posti, che si chiamano musei, che raccolgono disegni di persone molto brave. E poi ci sono chiese giganti, strade lunghissime, fiumi, laghi, montagne normali e montagne di ghiaccio…

Nel mondo ci sono tanti bambini ed alcuni hanno la pelle marrone, altri bianca, altri gialla…

Un giorno mi piacerebbe prendere una di quelle grandi navi che ho visto al porto e andare lontano. Andare a trovare tutti questi bambini…

Le immagini che vedete a corredo del racconto sono state realizzate per me da Pietro Barone, un bravissimo illustratore. Belle vero?

 

Le location del film “Napoli Velata”

Nelle prime posizioni fra i film più visti su Netflix in questi giorni: ecco tutte le location di Napoli Velata.

Metro Toledo Napoli

Napoli velata: il film

Apparso nelle sale cinematografiche nel dicembre del 2017, il film di Ozpetek si svolge attorno alla figura della patologa Adriana (Giovanna Mezzogiorno) che, dopo una notte di passione con Andrea (Alessandro Borghi) si ritrova a riconoscere il corpo del suo amante durante un’autopsia. il mistero sulla morte di Andrea è fitto e, fra le indagini della polizia e quelle private, fra amici e parenti, Adriana dovrà fare i conti con i fantasmi del suo presente ma anche, soprattutto, con quelli del suo passato.

La colonna sonora Vasame è di Arisa.

La superba Napoli, che io adoro, fa da sfondo a queste vicende.

Viaggiatrice da grande a Napoli

Napoli velata: i luoghi

Palazzo Mannaiuolo

Situato in via Filangeri 36, è un palazzo Liberty in una delle eleganti strade del quartiere Chiaia. Famoso per la sua scalinata elicoidale con cui si apre il film.

Chiesa e Piazza del Gesù

E’ la piazza in cui più volte transita Adriana per tornare a casa, con la colonna dell’Immacolata al centro della piazzaa. La Chiesa del Gesù (XVI secolo) è riconoscibile dal tipico bugnato di piperno. La chiesa fu eretta su un precedente palazzo quattrocentesco di cui mantenne la facciata principale. A croce greca, è decorata da marmi policromi di derivazione barocca e dalle opere di  Francesco Solimena, Luca Giordano, Ribera, Guercino.

Museo Archeologico

Siamo al numero 19 di  piazza Museo. il luogo in cui Andrea ed Adriana dovrebbero rincontrarsi e dove lei lo aspetta inutilmente. Ci sono stata durante la mia prima visita a Napoli (al tempo delle medie) ma poi ci sono ripassata davanti un sacco di volte. Famosi al suo interno l’Ercole Farnese (e tutta la collezione Farnese); i vasi a figure rosse fra cui l’hydria con la scena dell’Iliupersis (la presa di Troia); il Doriforo; il Mosaico di Alessandro…tutte opere da sindrome di Stendhal per storici dell’arte ed archeologi. Il film si concentra sul gabinetto segreto ossia le stanze ove sono conservati i reperti provenienti dagli scavi del lupanare di Pompei.

Stazione metro Toledo

Si sa che le stazioni della metropolitana di Napoli sono considerate fra le più belle d’Europa e la stazione Toledo in particolare è la mia preferita, con i suoi mosaici blu e azzurri che ricordano il fondo del mare.

Galleria Principe di Napoli

Un gruppo di ragazzi suona dei tamburi  mentre i protagonisti assistono. Posta difronte al Museo archeologico, questa galleria non va confusa con la più famosa Galleria Umberto I.

Farmacia degli Incurabili

Un luogo che non conoscevo in cui uno dei protagonisti fa da guida ad un gruppo. Siamo in pieno centro storico, in via Longo 50, fra il Museo Archeologico ed il decumano superiore. il fulcro di tutta la scena è la scultura che rappresenta un utero velato. la scalinata esterna, ripresa dal regista, fa parte dello stesso complesso.

Certosa di San Martino

La tombolata dei femminielli si svolge nel chiostro della certosa di San Martino, in largo San Martino al Vomero. il complesso, iniziato nel XIV secolo è uno splendido esempio di barocco napoletano. il chiostro ed i giardini offrono panorami spettacolari.

Il mercato di porta Nolana

E’ il luogo in cui Adriana prende una limonata con Pasquale. Questo mercato è famoso per il pesce.

Napoli vicoli

Via Calabritto

E’ la via in cui Adiana e sua zia parlano delle proprie scelte sentimentali. Via molto elegante e dedita allo shopping.

Cappella San Severo

Con il famosissimo Cristo velato fa da sfondo alla scena finale del film. Siamo sempre nel centro storico, in Via De Sanctis 19/21. Vedere Il Cristo velato è davvero un’emozione unica ed ho avuto questa possibilità in una delle mie ultime visite a Napoli con mia zia e mio cugino. bellezza e mistero si intrecciano nella cappella del principe di Sangro con apice proprio nella scultura del Cristo di Sammartino (1753).

Stazione metro Garibaldi

Adriana si muove in un intrico di scale mobili che ricorda le opere del pittore Escher,

Marechiaro

E’ la zona fronte mare di Posillipo in cui si trova la casa di Andrea.

Lido Mappatella

Lido popolare fra Mergellina e il Lungomare Caracciolo sulla cui spiaggia Adriana si incontra con il poliziotto.

Ex convento in via San Nicola al Nilo

All’interno vi è ricostruita la casa della fattucchiera. E pensare che siamo a pochi passi da San Gregorio Armeno.

Palazzo del principe Caracciolo Sanchez de Leon

Anche detto palazzo Sant’Arpino (XVII secolo).E’ la casa della zia Adele, siamo sempre nel quartiere di Chiaia, in via Santa Caterina (fra via Filangeri e via Chiaia). E’ dalla terrazza di questo palazzo che Adele parla alla città:

“Tu vuoi soltanto ammazzare ammazzare ammazzare, non li vuoi bene i figli tuoi”

Da questo film nuovi spunti per il mio prossimo viaggio nella città partenopea, per ritrovare quei nuemri che identificano Napoli: 10, 18, 42 e 75. Controllate la Smorfia per scoprirne i significati.

Le foto sono mie, scattate nelle mie varie visite a Napoli.

Vi lascio anche il trailer del film, in caso non vi avessi già incuriositi abbastanza.

Tzaziki e peperoni ripieni: la Grecia in tavola

Come voi stessi avete scelto nel sondaggio di qualche giorno fa, oggi vi propongo una ricetta che arriva dalla Grecia. Vi spiegherò come fare un’ottima salsa tzaziki e abbinarla a dei freschi peperoni ripieni.

Peperoni ripieni greci

La salsa tzaziki: qualche notizia

Si tratta di una salsa della tradizione greca, utilizzata anche in tutta la zona dei Balcani e nel Medio Oriente. Le sue origini si perdono nei secoli e quasi tutte le ricette prevedono l’uso di yogurt, cetrioli, olio, sale e aglio. Solitamente lo yogurt è di pecora o di capra ed i cetrioli sono in forma di purea o spezzettati (con o senza buccia). A volte è arricchita da altre erbe, ad esempio menta e aneto, altre spezie aromatiche, cipolla, aceto e pepe.

In Grecia è generalmente un antipasto e si serve accompagnando la pyta o il pane, con l‘insalata greca, il gyros, le olive nere ed il suvlaki.

La parola greca tzaziki deriva dal turco Cacik che è il nome con cui i Turchi denominano questa pietanza.

La salsa tzaziki: la ricetta

Ingredienti (per 4 persone)

  • 130 g di yogurt greco bianco
  • 1 cetriolo
  • 2 spicchi d’aglio
  • 1 ciuffo di aneto
  • 1 ciuffo di prezzemolo
  • 1 cucchiaio di succo di limone
  • olio d’oliva
  • sale
  • pepe

Preparazione

Taglia a metà il cetriolo per il lungo. Leva i semi e grattuggialo. Strizza la polpa di cetriolo e mescola allo yogurt con l’aglio, il prezzemolo e l’aneto tritati insieme. aggiungi sale, pepe, olio e limone.

La ricetta dei peperoni ripieni, ottimi assieme alla salsa tzaziki

Ingredienti

  • 3 peperoni (possibilmente rosso, giallo e verde)
  • 150 g di tonno sott’olio sgocciolato
  • 150 g di ricotta di pecora
  • 1 cipollotto
  • prezzemolo fresco
  • 4 cucchiai di tzaziki
  • olio d’oliva
  • olive nere denocciolate
  • qualche foglia di basilico
  • sale
  • pepe

Preparazione

Arrostisci i peperoni su una piatra rovente girandoli spesso fino a quando la pelle risulterà abbrustolita. Chiudili in un sacchetto di plastica e lasciali intiepidire. Prepara una crema mescolando ricotta, tonno, cipollotto e prezzemolo tritati, sale e pepe. Spella i peperoni, leva i semi e riducili in falde. Farcisci i peperoni con il composto ed arrotola ad involtino. condisci con sale, olio, basilico, olive e tzaziki.

Il tocco in più (o in meno)

Come chi mi segue sempre sa, non potevo non metterci del mio. Questa volta ho omesso le olive nere per i peperoni e  l’aneto nella salsa.

Io ho preparato questa ricetta ben due volte nell’ultimo mese ed entrambe le volte, con peperoni rossi e con peperoni gialli, sono stata molto soddisfatta del risultato (potete chiedere conferma anche al mio fidanzato).

 

(Le foto sono mie. La location è sempre la mia cucina romana)

 

 

 

 

 

 

Farfalle alla crema di ricotta e cipolle di Tropea

Ogni tanto nelle Instagram stories o sulla mia pagina facebook lancio dei sondaggi legati alle ricette che ho provato e che vorrei condividere con voi. Nell’ultimo sondaggio avete scelto come luogo di provenienza del piatto la Calabria. Questa regione è il regno incontrastato, oltre che del peperoncino, anche della cipolla di Tropea, per cui la ricetta che vi propongo (come sempre provata e approvata) ha come ingrediente principale proprio il famoso rosso ortaggio. Ecco quindi le farfalle alla crema di ricotta e cipolle di Tropea.

Farfalle con ricotta e cipolle di Tropea

 

La cipolla di Tropea

Il nome scientifico è Allium Cepa ed è coltivata principalmente fra la provincia di Vibo Valentia e quella di Cosenza e nella zona tirrenica da oltre 2000 anni. Pare infatti che sia stata introdotta dai Fenici. La sua dolcezza deriverebbe dal microclima della zona particolarmente stabile durante l’inverno e dai terreni freschi e limosi. Anche se ugualmente  rossa, la cipolla calabrese si distingue da quella di Acquaviva delle Fonti (Puglia) perché la prima ha forma tondeggiante mentre quest’ultima è schiacciata.

Già Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, ne elencava i benefici e oggi le sono riconosciute proprietà antisclerotiche, contro l’infarto, e come sedativo naturale.

Tropea

In provincia di Vibo Valentia, è una cittadina sostanzialmente divisa in due parti: la parte superiore con l’abitato e la parte inferiore della marina. L’abitato storico, a picco sul mare, era cinto da mura e dal castello. Secondo la leggenda Tropea fu fondata da Ercole che, di ritorno da Gibilterra, si fermò nel sud Italia. Nella città sono state ritrovate tombe del periodo magno-greco ma sicuramente ebbe importanza anche in epoca romana, bizantina, per passare poi sotto il dominio di Arabi, Normanni e Aragonesi.

Oggi ammiratissima, oltre che per il mare, anche peri numerosi palazzi nobiliari con portali decorati e per  il Santuario di Santa Maria dell’Isola: il 15 agosto, in occasione della festa, si svolge una processione a mare.

Ma siete pronti quindi?

Farfalle alla crema di ricotta e cipolle di Tropea:

Ingredienti (per 4 persone)

  • 320 g di farfalle
  • 30 g di olio d’oliva
  • Maggiorana
  • Sale fino
  • 500 g di ricotta vaccina
  • 100 g di parmigiano reggiano
  • Noce moscata
  • Pepe nero
  • 20 g di zucchero di canna
  • 400 g di cipolle rosse di Tropea

Preparazione della ricetta

Riempite una pentola d’acqua, salatela e mettetela sul fuoco per bollire la pasta. Intanto pulite le cipolle  e tagliatele a rondelle spesse circa 3-4 mm. Ponete sul fuoco una padella ampia, versateci l’olio ed unite la cipolla. Salate leggermente e lasciate cuocere a fuoco medio per almeno 5-6 minuti. Unite lo zucchero di canna  e un mestolo dell’acqua destinata alla cottura della pasta. Lasciate evaporare l’acqua e spegnete il fuoco.

Versate la ricotta in un altro tegame capiente , in modo da contenere la pasta con facilità, e unite 2 mestoli di acqua calda (circa 140 g) e mescolate con una frusta , senza accendere il fuoco. Grattugiate la noce moscata, unite le foglie di maggiorana , salate e pepate.

Cuocete la pasta al dente, scolatela e versatela direttamente nel tegame con la ricotta . Quindi aggiungete il parmigiano,  accendete il fuoco, e amalgamate il tutto cuocendo per ancora 2-3 minuti.

Versate anche le cipolle , tenendone qualcuna da parte per la decorazione e mescolate il tutto . Servite la farfalle alla crema di ricotta e cipolle rosse di Tropea ancora calda, decorando con le cipolle rimaste.

Il tocco in più (o in meno)per personalizzare le farfalle

Non amando particolarmente la ricotta l’ho sostituita con un formaggio fresco spalmabile ed ho elimnato la maggiorana perché in casa non ne avevo (e non perché io non la gradisca). Ho cambiato anche il formato della pasta, utilizzando dei fusilli integrali.

Consigli sul piatto

Le cipolle rosse di Tropea dalla forma tondeggiante  hanno un gusto più delicato mentre quelle  allungate sono più decise. È possibile conservarte la pasta in frigorifero per 1/2 giorni mentre se ne sconsiglia la congelazione.

La foto è stata scattata da me e la location è la mia cucina romana.

La ricetta è tratta da Giallo Zafferano.

#Cartolinedacasa: il progetto delle Travelblogger Italiane

Da poco più (o poco meno) di un anno faccio parte di un gruppo di donne sensazionali, le Travel Blogger Italiane. Per rispondere a questa situazione di crisi ed incertezza e per valorizzare al massimo la nostra Italia, in seno al gruppo è nato il progetto #cartolinedacasa.

Cartoline da casa roma

La challenge è aperta non solo ai blogger: nelle proprie stories Instagram si carica un selfie con in mano una cartolina, geolocalizzandosi, con l’hastag  #cartolinedacasa e il tag  @travelbloggeritaliane.

Se non si ha una cartolina  la si può creare. E questo per me è stato uno degli aspetti più divertenti.

Ovviamente, complice la scatola di pastelli acquerellabili che mi ha fatto compagnia per tutto il lockdown ed un album di carta da acquerello proprio in formato cartolina (fabriano) ho deciso che avrei dipinto io la mia compagna di selfie per questa iniziativa.

La mia idea era quella di creare una cartolina passpartout dedicata alle travel blogger italiane, che avrei utilizzato in più luoghi.

Ma il mio fidanzato, che mi sfida sempre a mettermi in gioco alla grande, mi ha consigliato di dipingere cartoline diverse per ogni luogo. E così ho fatto…

La mia prima cartolina non può arrivare che da Piazza San Pietro a Roma

Cosa aspettate a partecipare? Io ho già taggato nelle mie storie Instagram 3 amici per sfidarli…Fatelo anche voi! Le stories saranno ripostate dalle travel blogger italiane e le troverete anche nelle loro stories in evidenza.

Ecco la mia prima foto con cartolina ed il primo video “introduttivo”…Ma vi assicuro che ce ne saranno altri…ci ho preso gusto!

Quattro chiacchiere con i ragazzi di Close to eternity

Ci siamo conosciuti online in questo periodo di lockdown e la loro storia mi ha talmente colpita che ho deciso di farveli conoscere attraverso una piccola intervista. Immaginate un van che ha percorso migliaia di km ed ora è bloccato in una cittadina dell’Argentina…Loro sono Diana e Marco di Close to eternity

1 Innanzitutto benvenuti su Viaggiatrice da grande. Presentatevi:  parafrasando il film “Non ci resta che piangere”…Chi siete? Cosa portate? Si ma quanti siete?

Prima di tutto Carmen ti ringraziamo per questa intervista. Siamo Diana e Marco, 34 e 32 anni di Mantova e Ferrara. Ci  sono molte etichette che ci si può affibbiare: siamo full timers, ovvero viaggiatori a tempo pieno; siamo van lifers ovvero persone che vivono in un van. Siamo viaggiatori di lunga durata: abbiamo iniziato a viaggiare 7 anni fa lasciando il lavoro, la casa, gli amici e la famiglia e da allora giriamo il mondo. Quindi siamo bloggers, youtubers, fotografi, dronisti…un po’ di tutto.

In realtà siamo soprattutto due persone semplici con molta voglia di vivere e un grande desiderio di libertà.

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2 Come è nata la vostra avventura?

La nostra avventura è nata in un modo poco ordinario e soprattutto le due storie sono nate separatamente. Io, Diana, sono partita perché l’ultima ditta per cui avevo lavorato era andata in fallimento ed era la terza ditta in 4 anni che falliva. Stanca del sistema, della crisi economica e di essere presa per i fondelli (diciamo che qui ci sarebbero state parole un po’ più colorite di Diana e le ho un po’ edulcorate)ad un certo punto mollai tutto. Usai i soldi del mio TFR e un po’ di risparmi che avevo messo da parte e partii per i Balcani in autostop. Al tempo Marco non lo conoscevo ancora ma partii con un ragazzo brasiliano che conobbi su  couchsurfing e assieme viaggiammo per tre mesi per i Balcani e la Turchia, solo in tenda, campeggio selvaggio, autostop e host di couchsurfing. Dopo di che tornai in Italia per tre mesi per preparare il mio grande viaggio di sola andata e partii per 8 mesi per l’Asia. Marco ed io viaggiammo insieme per la metà di questi mesi perché ci eravamo conosciuti nel frattempo, nei tre mesi di “sosta” in Italia, usando mezzi di trasporto locali, come backpakers, con molto couchsurfing e notti in ostelli. Quindi tornammo in Italia per qualche mese per terminare i nostri progetti, perché Marco aveva solo preso aspettative dal lavoro, e  doveva concludere tutte le nostre situazioni pendenti. Messe a posto le nostre cose partimmo per l’Australia dove abbiamo vissuto per 2 anni con un visto vacanza/lavoro. Lì abbiamo iniziato a lavorare come cocktail bartenders (abbiamo fatto la scuola a Sydney)per hotel 5 stelle ed una famosa distilleria internazionale di whisky. Quindi abbiamo iniziato a reinventarci trovando qualcosa che davvero ci piacesse fare nella vita. Già questo ha significato molto per noi. Il nostro problema era che, per quanto amassimo l’Australia, è molto difficile ottenere un visto di residenza permanente quindi ci siamo spostati in Nuova Zelanda sempre con un visto vacanza/lavoro e così abbiamo messo da parte i soldi per compiere il grande viaggio nelle Americhe in cui siamo coinvolti ora.

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3 Qual è stato il vostro ultimo progetto?

Non c’è un vero e proprio scopo in questo viaggio.

Con i soldi messi da parte, facendo 2/3 lavori contemporaneamente  abbiamo comprato un van e abbiamo deciso di autocamperizzarlo. È un ford del 2004 da 14 posti. Abbiamo tolto tutti i sedili e le plastiche ed abbiamo iniziato la conversione, quindi impianto elettrico con pannelli solari, frigorifero, cucina con due fuochi, impianto idraulico con una tanica dell’acqua da 113 litri. Abbiamo tutti i comfort che si possono desiderare, persino una doccia calda che possiamo fare in esterno, elettrica e che funziona con 2 pile e l’attacco alla bombola del gas di 9 kg. Il van non è grande ma proprio per questo permette di muoversi liberamente anche per le stradine più anguste del Sudamerica, e allo stesso tempo è un luogo confortevole in cui stare, soprattutto in questo periodo di coronavirus.

Siamo partiti da Miami dove abbiamo comprato il veicolo e poi abbiamo guidato fino a Quebec in Canada e a Prudhoe Bay in Alaska, il punto più a nord dell’intero pianeta raggiungibile in auto. Da lì abbiamo seguito più o meno la costa ovest lungo la strada Panamericana fino ad Ushuaia, il punto più a sud del pianeta raggiungibile in auto. Arrivati lì ci siamo fermati una settimana in “celebrazione” ma non siamo riusciti ad imbarcarci per l’Antartide perché stava iniziando il coronavirus e quindi abbiamo iniziato la risalita verso nord attraverso la costa atlantica. Il coronavirus ci ha quindi bloccati in Patagonia Argentina.

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 4 Che canali utilizzate per far conoscere i vostri viaggi?

Il nostro canale principale è sempre stato Facebook. Tutti i nostri canali rispondono al nome di Close to eternity e ultimamente Youtube sta andando per la maggiore perché essendo bloccati non è facile scattare foto interessanti per Facebook. Per quanto lì continuiamo a condividere tutti i nostri pensieri e riflessioni, Youtube sta prendendo largo piede sia dal punto di vista della gratificazione economica che delle nostre avventure. È sicuramente un social molto impegnativo perché richiede un sacco di tempo e di lavoro, però allo stesso tempo dà molto più l’idea di quello che stiamo passando in questo momento e anche vedere le varie avventure di viaggio è sicuramente  esilarante.

Abbiamo anche Instagram in cui postiamo foto e soprattutto c’è il blog in cui scriviamo in inglese tutte le nostre guide di viaggio.

Poi c’è Patreon che è un social apposta per i nostri volontari/supporters che mensilmente decidono di farci delle donazioni e lì si postiamo foto di retroscena, riflessioni più intime che magari non si possono destinare ad un pubblico più grande.

Infine abbiamo Polarsteps, un’app che attraverso il GPS permette a tutti di vedere dove siamo in tempo reale e quindi anche tutte le statistiche di viaggio, i km, i Paesi, i viaggi passati. Però è ad accesso limitato e destinato al nostro pubblico patron, quindi chi fa donazioni. Curare ben 6 social è un lavoro mastodontico soprattutto se lo si fa, come noi, in 3 lingue: italiano, inglese e spagnolo.

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5 Al momento siete bloccati in Argentina e state facendo la quarantena in un campo sportivo. Raccontateci un po’ le vostre giornate, ma anche, soprattutto, le vostre sensazioni.

Siamo rimasti incastrati in una cittadina e la protezione civile ci ha gentilmente fornito un luogo in cui stare gratuitamente: è un centro sportivo dismesso, fuori uso e che è stato molto “rimaneggiato” dai tifosi ( finestre e porte rotte, non c’è acqua calda nelle docce, non c’è il riscaldamento,e qui sta arrivando l’inverno). Quindi è un posto adatto a chi ha un van, va bene come pun to di appoggio in quanto dà accesso all’acqua ed al bagno dove scaricare le acque nere. Per il resto siamo qui senza wifi, il che condiziona moltissimo le nostre giornate.

Innanzitutto cerchiamo di tenerci in forma e di fare almeno 6000 passi al giorno in questo campo di calcio con erba sintetica. Per il resto i social sono un impegno grandissimo e la maggior parte della giornata è dedicata alla cura dei nostri social in primo luogo perché la gente in questo periodo di quarantena ha bisogno di distrarsi e quindi i nostri follower sono molto più attivi del solito e più in contatto con noi, e poi perché filmare e montare tutto quello che stiamo facendo qui è comunque un grande lavoro. Quindi tanto del nostro tempo trascorre davanti al computer o alla videocamera.

Altra cosa  che facciamo è telefonare molto ad amici e genitori perché sentiamo che è necessario. Addirittura ci siamo resi disponibili con i nostri follower per dare un supporto psicologico per gli anziani, per chi stesse affrontando la quarantena da solo o fosse in condizione di depressione o ansia: possono inviarci il loro numero whatsapp e noi li chiamiamo (tenendo conto ovviamente del fuso orario) per fare compagnia. Infatti noi a chi ci segue non diamo il nome di follower ma famiglia close perché ci hanno aiutato in momenti duri del viaggio, quando stavamo per mollare tutto (tipo in Bolivia, quando siamo rimasti incastrati nella guerra civile con la trasmissione rotta) e noi in questo momento vogliamo esserci per loro. Ecco perché della nostra giornata 4/5 ore almeno le trascorriamo al telefono con loro. Inoltre ci siamo buttati in un altro progetto (perché non ne avevamo abbastanza) ed abbiamo creato un gruppo di whatsapp di italiani bloccati in Argentina per coordinare tutte le persone che cercano di rientrare e quelle che cercano di rimanere. Quindi anche moderare questa chat è impegnativo, con circa 250 messaggi al giorno, e noi che cerchiamo di fare da imbuto e ponte di collegamento fra queste persone e la Farnesina e i Consolati. È in corso anche una campagna mediatica per cercare di far conoscere  la situazione degli italiani bloccati in Argentina e quindi facciamo ad esempio delle interviste.

Per ciò che riguarda i sentimenti: c’è estrema indecisione e ansia da parte nostra, noi non vorremmo tornare in Italia per proseguire il nostro viaggio e non abbiamo un problema di tempi perché possiamo aspettare che la situazione migliori. Però hanno comunicato che la vendita di tutti i voli commerciali è vietata fino a settembre quindi si ha sempre il dubbio di non poter rimpatriare nel caso avvenga qualcosa di brutto. L’Argentina è in una situazione economica estrema e se non si troverà un accordo andrà in fallimento, ovvero in banca rotta e questo porterà seri problemi anche a livello di sicurezza personale con un aumento di povertà e criminalità e scarsa incolumità per noi che giriamo con un veicolo con targa statunitense. La loro moneta sta crollando e sarebbe la decima bancarotta in 20 anni , il coronavirus ha dato un brutto colpo ad una economia già di per sè non molto stabile. Quindi se già siamo considerati untori, poichè italiani e con veicolo degli Stati Uniti,   poi ci vedranno come “ricchi” non sapendo che non lo siamo nella realtà. Dovremmo stare molto più attenti anche se dovessimo riprendere a viaggiare. Questo è un problema molto serio e stiamo cercando di valutare bene tutte le conseguenze , i pro e i contro di ogni eventuale decisione che potremmo prendere.

Close to eternity

6 A proposito di Argentina. 3 cose per voi imprescindibili da fare/vedere in questo Paese per chi, quando si tornerà a viaggiare, deciderà di visitarlo…

A causa del coronavirus non abbiamo ancora visto tutta l’Argentina quindi non possiamo dare un’opinione  approfondita, ci manca tutta la parte a nord di Mendoza.

Sicuramente la Patagonia che sembra un’immensa distesa di pampa ma è pienissima di fauna: ci sono i guanacos simili ad alpaca, i nandù che sono dei piccoli struzzi, moltissime volpi. C’è anche una fauna marina eccezionale: pinguini, leoni marini, orche, balene. La Patagonia è sicuramente da vedere con un veicolo per rendersi conto delle immense distanze che ci sono: vivere la pampa e non solo spostarsi in aereo da un punto all’altro.

La seconda cosa è  la Tierra del Fuego perché Ushuaia è una cittadina piccola e carina ma ha tantissime escursioni che si possono fare nelle vicinanze: battute di pesca, andare a  vedere i pinguini, impianti sciistici, corse con i cani da slitta, trekking, parchi nazionali, laghi, pesca alla trota…ce n’è abbastanza anche per due settimane.

La terza cosa è quella che fa rivivere la me bartender, quindi legata al mondo degli alcolici: le vinerie di Mendoza, culla del Malbec e altri vini tipici di questa zona. Ci sono ben 3 valli famose per il vino e Mendoza è il posto principale per i vini in tutto il Sudamerica, assieme a qualche altra località cilena.

Grazie mille amici di close to eternity e vi auguro di poter portare a termine il vostro viaggio senza intoppi e in sicurezza.

Close to eternity

(Le foto stupende che fanno da corredo all’intervista me le ha mandate Diana)

Se vi va di seguirli li trovate.

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La focaccia barese

La ricetta che vi propongo oggi è forse quella che più mi identifica. “Facile, direte voi, sei pugliese, e nello specifico della provincia di Bari, cosa c’è di più tipico della focaccia barese?”

Focaccia barese

In realtà la focaccia è il cibo  più richiesto dalla maggior parte dei miei amici romani una volta che l’assaggio è stato compiuto. Addirittura un pomeriggio di qualche anno fa abbiamo con 3 amiche organizzato un corso di focaccia barese nella mia cucina romana: si sono presentate con tanto di ingredienti e grembiuli e abbiamo occupato l’attesa della lievitazione con tanto di aperitivo.

Il lockdown di questi mesi è stata l’occasione per ripetere l’esperienza con altre amiche, questa volta in videochiamata, ognuna dalla cucina di casa sua.

Ogni tanto mi arrivano messaggi in cui mi chiedono la ricetta allora ho deciso di condividerla rendendo a Cesare ciò che è di Cesare e quindi dichiarando che i meriti sono della mia mamma sia per la ricetta che per avermi insegnato a fare la focaccia barese.

Qualche notizia

La focaccia barese è in realtà tipica di tutta la Puglia , anche se maggiormente diffusa nella zona di Bari, Andrai-Barletta-Trani e Taranto.

Pare che le sue origini siano da ricercare ad Altamura e che sia nata come variante del tradizionale pane di grano duro. In realtà l’occasione era quella di sfruttare il calore iniziale del forno, prima che raggiungesse la temperatura giusta per cuocere il pane.

Ovviamente esistono numerose varianti di ricette poiché la focaccia barese è un prodotto della tradizione gastronomica popolare .

Nella versione più nota si amalgamano insieme semola rimacinata, patate lesse, sale, lievito e acqua. Quindi si lascia lievitare, si condisce e si cuoce, preferibilmente in forno a legna.

Il condimento superficiale può essere di diversi tipi:

  • Il tradizionale prevede pomodorini e olive;
  • La focaccia con le patate è ricoperta da fette di patate di circa 5 mm di spessore,
  • La focaccia bianca è condita con sale grosso e rosmarino;
  • Le varianti fantasia vedono l’aggiunta di peperoni, melanzane, cipolla o altre verdure.

Per assaporarne al meglio l’aroma, la focaccia barese andrebbe mangiata calda.

Nel 2010 si è costituito il consorzio  Focaccia Barese che ha avviato l’iter per l’iscrizione nel registro europeo delle STG (specialità tradizionali garantite) istituito per garantire tali produzioni specifiche.

Ecco quindi la ricetta della mia mamma.

Ingredienti

  • 600 g farina
  • 300 g patate lesse
  • 1 lievito
  • 1 cucchiaio di zucchero
  • 1 cucchiaio e ½ di sale
  • Olio d’oliva
  • Acqua
  • Pomodorini
  • Olive
  • origano

Preparazione

Bollisci e pela le patate, quindi schiacciale con uno schiacciapatate o in alternativa con una forchetta.

Riscalda leggermente in un pentolino un po’ d’acqua. Versa farina, lievito, sale, zucchero e patate in una ciotola e aggiungendo via via l’acqua inizia ad impastare fino ad ottenere un impasto morbido ma non troppo appiccicoso. Lascia lievitare l’impasto minimo 1 ora e ½ dopo averlo coperto. Versa quindi abbondante olio in un tegame da forno grande e stendi l’impasto lievitato aiutandoti con le mani, lasciando che un po’ d’olio del fondo passi in superficie. Quindi cospargi l’impasto con i pomodorini tagliati a metà, le olive,l’  origano e un po’ di sale.

Inforna in forno statico a 180/200 gradi per 20/30 minuti.

 

Il tocco in più (o in meno)

Per verificare la cottura solleva la focaccia con una  paletta e controlla che il fondo si sia dorato; quindi per rendere la superfice più “colorita” metti  il forno in modalità grill per qualche minuto.

 

Allora non vi resta che provare! Buon appetito e buon viaggio nel gusto…

Intanto aspetto i commenti soprattutto dei miei amici pugliesi che magari hanno altre ricette e vorranno confrontarsi e dare ulteriori suggerimenti. Ah, ci tengo a sottolineare che non vi ho fornito la ricetta perché non ho più voglia di preparare la focaccia per tutti i miei amici, quello lo farò sempre ben volentieri.

La foto è quella originale dell’ultima focaccia barese  fatta durante il lockdown in collegamento con le mie amiche.