La neve a Roma: è arrivata la felicità!

Un lunedì mattina che si trasforma in una giornata di festa

Non parlerò dei disagi, delle scuole chiuse, del freddo e nemmeno dei tubi congelati che lasciano la gente (io) senz’acqua corrente. Questa parte la lascio ai cinici.

Parlerò della felicità negli occhi di chi si aggirava fra Piazza di Spagna, Colosseo, Fori Imperiali, San Pietro, Castel Sant’Angelo…

Gente che passeggiava, rideva, fotografava, giocava a palle di neve…

Nella mia passeggiata solitaria, oltre a scattare foto di cui vado molto fiera, ho parlato con almeno 10 sconosciuti: qualcuno mi ha chiesto di fargli da fotografo; con altri ho scambiato parole di approvazione per la scelta (e la successiva reciproca imitazione) del soggetto fotografato; con alcuni ho parlato del freddo che però non impediva a nessuno di noi di sorridere e di godere di questo inatteso e meraviglioso spettacolo.

Per questo ho deciso di non parlare ma che siano le immagini a farlo..

(Foto mie)

Omar Galliani: Intorno a Caravaggio- Gallerie d’Italia- Milano

Ripropongo una foto postata nell’articolo sulla mostra l’Ultimo Caravaggio. Sono le parole che l’artista contemporaneo dedica alla Sant’Orsola di Caravaggio.

Omar Galliani ha un forte debito formale ed emozionale nei confronti dell’artista del 1600 e ciò emerge tanto nelle 10 tele esposte ed in particolare in Rosso Cadmio, legata a doppio filo con la tela del maestro esposta nello stesso museo.

Omar Galliani è il potere del segno, è l’uso del disegno che prevale sulla pittura, è l’inserzione simbolica di un anello nel trittico (rappresenta la fede nuziale che la santa rifiutó ed allo stesso tempo la fede nell’arte).

Le mie opere preferite sono quelle che creano un rapporto fra il materiale e l’immateriale: una piuma sotto il particolare di San Matteo e l’angelo; la tela lacerata vicino al Sacrificio d’Isacco; un pezzo di stoffa sporco di “sangue” accostato alla Decollazione del Battista.

Ancora una volta una mostra di arte contemporanea che mi ha piacevolmente colpita. Che mi stia convertendo?

(Foto mie e dal web)

L’ultimo Caravaggio (eredi e nuovi maestri)-Gallerie d’Italia- Milano

Io, dichiaratamente innamorata del sommo maestro Merisi (che sarebbe Caravaggio) esco dalla mostra e commento: ” Ma sti genovesi? Non hanno minimamente colto la portata innovativa di questo pittore e poi si sono lasciati influenzare da uno Stom qualsiasi. Che poi chi era questo Stom?(la risposta è “un pittore fiammingo del 1600” ma per me ma per me poteva pure essere il cantante di un gruppo rock.

Torniamo seri. La mostra, che parte dal capolavoro “il martirio di Sant’Orsola” dipinto da Caravaggio pochi mesi prima di morire, vuole dare risposta ad un interrogativo: può esistere una storia dell’arte in Italia fra 1610 e 1640 senza Caravaggio?

Mentre a Roma, Napoli e nell’Italia del Sud il maestro Lombardo trova ampi echi, questa mostra mette in evidenza che non avviene lo stesso in altre città quali la stessa Milano e Genova (da qui la mia espressione iniziale che esortava i genovesi). Ne è un esempio la tela di Strozzi con la rappresentazione dello stesso soggetto di quella di Caravaggio, affiancata a quest’ultima, ne è totalmente diversa.

Fra seguaci del Merisi (Battistello Caracciolo, Ribera) e autori nuovi (Strozzi, Procaccini, Van Dyck, Vouet e l’ormai noto Stom) l’esposizione analizza la situazione artistica di inizio Seicento in 3 città: Napoli, Milano e Genova, passando attraverso la committente della famiglia Doria.

Fenomenale l’ultima cena di Procaccini, proveniente da una chiesa genovese e qui esposta dopo il restauro realizzato dalla Fondazione Centro per la Conservazione è il Restauro dei Beni Culturali “la Venaria Reale” di Torino.

Bellissime le parole dedicate alla tela di Caravaggio da Omar Galliani (in mostra con una “monografica” nella stessa “location”):

“Ci raggiungono sempre quando la notte ci avvolge le tue ultime parole mescolate ai colori e alla trementina che brucia la gola…

L’ultimo Caravaggio, Gallerie d’Italia (Milano) fino all’ 8 aprile 2018

(Foto mie!)

Un week-end a Milano

Ho già scritto un post su questa città, ma ci sono tornata lo scorso fine settimana. Ecco cosa ho fatto…

Febbraio non è il mio mese. È il periodo dell’anno in cui avverto maggiormente la stanchezza (e quest’anno più che mai). Ma lascio a casa le 1000 cose da fare, prendo Italo (per la prima volta) e vado a Milano, incontro ad abbracci garantiti. Quelli degli amici di sempre; delle amiche milanesi; della romana del mio cuore; del pisano che mi fa sempre ridere tanto; della mia “hermana per sempre”.

Tentativi di abbordaggio inaspettati quanto banali (che bei capelli)e la presa di coscienza di essere in un posto che è casa ma non lo è. E che io comunque sono andata avanti e ripercorro i luoghi con un’essenza diversa. Rivedere posti noti (Duomo, Parco Sempione, Castello, Navigli)ma con chi te li fa vedere con occhi nuovi. Conoscere persone e luoghi mai visti (Palazzina Appiani, Villa Necchi, Albergo Diurno Venezia).

Incontrare l’amato Caravaggio in una mostra bellissima (un po’ di indagini FBI sul restauratore)e fare aperitivo con gli amici come se fosse quotidiano (ma non lo è)in questo compenetrarsi di vite, notizie, sorrisi, ricordi, bimbi, case, sorelle…E per il fatto di avere tutto ciò sentirsi ricca e fortunata. Molto ricca e fortunata.

Ecco i posti dove sono stata:

Burger wave: una catena di hamburgerie dai toni australiani. Ottimo il panino con l’ananas (non ricordo il nome) e consigliatissima anche una delle birre australiane.

Greek fusion: ristorante greco ai Navigli. Abbiamo provato piatto e pira giros. Non hanno nulla da invidiare alla cucina greca assaggiata a Corfù ed Atene.

California bakery: almeno una volta nella vita da provare una delle torte proposte. Un po’caro…ma per una volta…

Moscatelli: un classico dell’aperitivo milanese. Locale un po’ strettino ma buffet vario ed abbondante.

A pranzo domenica sono andata da ANTONELLA, che cucina benissimo ma non credo voglia ospitare degli sconosciuti per cui no, non chiedetemi dove abita!

(Foto mie)

Sanremo: non solo il Festival

Io non guardo il festival di Sanremo. Non l’ho mai fatto. Non è uno spettacolo che mi entusiasma e pazienza se per 5/6 giorni non posso intromettermi nei discorsi di parenti/amici/colleghi che si esprimono su questa o quella canzone e su questo o quell’outfit. Però a Sanremo ci sono stata. No, non al Festival…in città!

Sanremo è famosa per le coltivazioni di fiori, per il Festival, per il casinò e per il circuito automobilistico.

Presenta diversi monumenti dagli stili più disparati (dal barocco, al liberty, al romanico). Tantissime le ville cittadine (ad esempio Villa Ormond, Villa King, Villa Nobel).

Via Matteotti è la strada principale della città, la più chic e sede dello shopping (anche dei confinanti francesi). È su questa strada che si trova anche il teatro Ariston (sede del famoso Festival)e il casinò. Dal 2013 ospita una statua di Mike Buongiorno a lui dedicata per aver presentato numerose edizioni della manifestazione canora.

(Foto dal web)

Il piccolo seme

Piccolo seme è un seme piccolo. È il più piccolo di tutti i semi che il vento dell’autunno porta lontano…

Attraversano i continenti i semi che l’aria soffia via. Uno è bruciato dal sole, l’altro annega nell’oceano, un altro resta bloccato in un ghiacciaio.

Piccolo seme va avanti, piano… Non lo blocca il deserto, non lo mangiano gli uccelli e nemmeno i topolini.

Si addormenta piccolo seme sotto la neve e quando si sveglia, a primavera, non è ancora pronto per diventare una pianta. Quando lo sarà diventerà il fiore più grande, più bello e più ammirato dell’estate. E in autunno lascerà che il tempo sparga i suoi semi nel mondo…

Il piccolo seme, Eric Carle, Edito da Mondadori

Nel paese dei mostri selvaggi

“Quella sera Max si mise il costume da lupo e ne combinó di tutti i colori…”

Max, mandato a letto senza cena a causa delle sue marachelle, viaggia con la fantasia.

Nella sua camera crescono una foresta ed un mare che il bimbo attraversa con la sua barchetta. Fino a giungere nel Paese dei mostri selvaggi di cui riesce a diventare il re.

Ma ad un certo punto l’odore di cose buone da mangiare gli fa venire voglia di tornare a casa.

Farà il viaggio al contrario e chissà…forse la cena sarà ancora calda…

“Nel paese dei mostri selvaggi”, Maurice Sendak, edito da Adelphi

La mia Sicilia

Nel titolo il remake de “la mia Africa”. Che pretese di grandezza! Ovviamente scherzo e spero di non offendere la sensibilità di nessuno quando aggiungo degli aggettivi possessivi a dei luoghi. È il mio modo per esprimere il legame speciale che ho con essi e per definire la mia esperienza in quel determinato luogo.

Sono stata in Sicilia due volte, a distanza di molti anni l’una dall’altra e sempre invita/visita guidata. La prima volta, con la mia classe del liceo abbiamo fatto un bel giro.

Messina: la porta dell’isola che dà il nome allo stesso stretto. Importante caposaldo sotto i Normanni, angiolina e poi aragonese. Rasa al suolo da un terremoto nel 1783 e da un maremoto nel 1908 che fece 80000 vittime (questi dati mi colpirono molto visitando la città). Poco resta delle vestigia antiche (ulteriormente colpite dalla seconda guerra mondiale). Da vedere il Duomo, la Fontana di Orione, il Museo Regionale e la chiesa della SS. Annunziata dei Catalani, legata ai Normanni ed si motivi del Romanico isolano ( Cefalù e Monreale) e del sud Italia (Ravello, Amalfi, Troia).

Taormina: uno dei fiori all’occhiello dell’isola. Di origine greca e poi ancora florida con gli Arabi ed i Normanni. Da visitare sicuramente il Teatro Greco, il Duomo, il Castello, la Badia vecchia ma soprattutto mi è rimasta negli occhi (e nel cuore) la terrazza panoramica di piazza 9 Aprile.

Giardini Naxos: una località archeologica ed una marina bellissima.

Agrigento è la Valle dei Templi, la maestosità di quelle costruzioni e lo stupore che suscitano i templi in stile dorico (dedicati a Giove, Castore e Polluce, alla Concordia e ad Ercole). Nel IX secolo, sotto la dominazione araba, assunse il nome di Girgenti, che conservó fino al 1927 quando prese l’attuale nome. Fra i suoi cittadini illustri il filosofo Empedocle e Pirandello. Città notissima, oltre che per i templi della Magna Grecia, anche per la Sagra del Mandorlo in fiore.

Siracusa: ha una piccola isola, Ortigia, che è praticamente saldata alla terraferma. Siracusa fu uno dei più importanti centri della Magna Grecia, subì la dominazione araba e normanna. Di rilievo la cattedrale, la fonte Aretusa, il teatro greco e l’anfiteatro Romano e soprattutto il mio luogo preferito: l’orecchio di Dioniso. Si tratta di una cavità naturale nella roccia, così nominato dal mio amato Caravaggio perché ha la forma di un padiglione auricolare e straordinarie qualità acustiche. Pare infatti che il tiranno della città vi rinchiudesse i nemici e ascoltasse le loro conversazioni dall’esterno.

Le gole dell’Alcantara: un monumento di roccia basaltica generato da un’edizione circa 2400 anni prima di Cristo. Prendono il nome di gole perché per circa 500 m presentano larghezza di 5 e altezza di 70 m e vi scorre il fiume Alcantara che ha levigato le pareti dandogli lucentezza. Vi si accede tramite ascensori o seguendo un pittoresco sentiero panoramico. Attenti all’acqua…è gelida!

La seconda volta in Sicilia è stata in occasione di un viaggio studio durante il mio corso di laurea specialistica.

Palermo: la culla dei Normanni e degli Svevi. Una delle emozioni più forti della mia vita è stata salire sui ponteggi del restauro della Cappella Palatina del Palazzo dei Normanni.

Nella bellissima cattedrale, in un sarcofago di porfido rosso, riposano i resti mortali di Federico II (che tanto amo). Bellissima la cappella di Santa Rosalia, patrona della città.

Di ascendenze arabo-normanne le chiese di San Giovanni degli Eremiti e di Santa Maria dell’Ammiraglio (Martorana), la Zisa, la Cuba e la Piccola Cuba.

Merita una visita la Galleria Regionale della Sicilia (con opere di Antonello da Messina), la famosa Fontana Pretoria davanti al Palazzo Senatorio (oggi sede municipale), il convento e la cripta dei Cappuccini.

Monreale è il suo Duomo dalle due torri in facciata e dall’abside finemente decorato da splendidi mosaici. Alle spalle dell’abdide (il mio preferito) c’è un negozietto artigianale in cui ho comprato degli orecchini con minuscole tessere di mosaico (per la serie souvenir).

Cefalù: un borgo turistico incantevole ed una cattedrale normanna altrettanto nota (anche qui profusione di mosaici ed archi incrociati nelle decorazioni).

Come avrete capito amo questa terra. Oltre al fatto che si tratta di un’isola e, inutile ripeterlo, ho un debole per le isole, la Sicilia è calore, accoglienza, buon cibo ( in primis cannoli, panelle, arancini/e -niente dispute sul maschile/femminile).

Ho tantissimi amici siciliani e non si offenderanno se non avrò parlato in questo post dei loro paesi e città. Io scrivo di ciò che conosco.

E conosco la loro solarità, i sorrisi, i colori scuri arabeggianti o gli occhi e capelli chiari dei Normanni, la loro amicizia sincera…Tutte cose che hanno ereditato dalla loro terra.

È una regione che mi piace talmente tanto che a breve ci tornerò, è una delle mete dei viaggi in programma per questo 2018 (piccola anticipazione…)

(Foto dal web…i cimeli degli anni passati lasciamoli ai musei)

Siviglia: piensa que el mundo es pequeno y el corazon inmenso

“Voglio fare un viaggio con te” è una frase che spesso mi sento ripetere nell’ultimo periodo (oggi una mamma mi ha detto che anche M., una mia alunna di 3 anni vorrebbe fare un viaggio con me). Ovviamente non parto con tutti (anche per una questione di budget) ma questo viaggio è nato così, dalla voglia di 2 amiche di partire insieme.

Giorno 0.

Ho inseguito a lungo il viaggio in questa città e sto tornando per la quarta volta in una delle nazioni europee che più amo ( Francia, Grecia e Spagna appunto). Posti separati in aereo per me e “la Cate”.Io per il viaggio ho da scrivere, leggere, potrei guardare le mie serie TV preferite. Alla fine i pensieri seguono il filo dei ricordi: viaggi passati, episodi, compagni di avventure, incontri. Va a finire che come al solito mi assopisco.

Siviglia profuma: il taxi, i vicoli, l’hotel (mi confermo “prenotatrice” ufficiale di posti carini). Manuèl alla reception è gentilissimo (e carino) e la stanza ha un balconcino con i fiori. A cena tapas, cerveza e paella. Un colpo di fulmine per la Giralda.In un primo giro per il Barrio e Santa Cruz non puoi non incontrare dei baresi: “divertitevi ragazze”.

Giorno 1

Almeno una volta all’anno bisognerebbe andare in un posto in cui si parla spagnolo. Così, perché fa bene al cuore.

Oggi profumiamo di azahar io e la Cate (che ama lo jamon).

A colazione una conversazione improbabile con Almudena e poi il Real Alcázar a togliermi il fiato ed a bloccarmi la respirazione. Mai come oggi vorrei fotografare tutto, descrivere tutto. Lo stile mudejar, gli alberi di arance, i pavoni. E ritrovare elementi noti della Puglia e della Sicilia, normanni e svevi.

La Giralda non ha scale ma rampe, per permettere al sovrano di salirvi a cavallo. La cattedrale è la terza chiesa più grande al mondo e la più estesa cattedrale gotica. All’interno Goya, Zurbaran, Isidoro di Siviglia e L’ Immacolata di Murillo a cui collego “messaggi” inaspettati. E mi emoziono. Ancora.

Sevilla era il nucleo centrale dei rapporti col Nuovo Mondo: ripenso a Cuba; immagino i viaggi futuri. Un calabrese ci dà lezioni di vita sulle donne;il pranzo in stile spagnolo è alle 15. In Plaza d’Espana mentre ballano il flamenco un bimbo mi saluta e mi manda un bacio. Si chiama N…

Alla seconda sangria della giornata un attacco di ridarella ripensando alle diverse pessime figure del giorno e poi i vicoli alla ricerca della Carboneria per un autentico spettacolo in stile andaluso. E scoprire (o riscoprire)che Mercurio era il protettore dei viaggiatori…

Giorno 2

L’oggi ha il profumo già della nostalgia, fra il balcone di Rosetta del Barbiere di Siviglia e la Carmen di Bizet. Reprimo il mio istinto e non compro nè il mantillo nè la rosa per atteggiarmi a ballerina di Siviglia. Ma continuo a pensare che mi avrebbero donato molto.In calle de Sierpes l’idea era quella di fare shopping (shoppingare come dice Manuèl) ma la Domingo todo cerrado (e ricordo una domenica a Tarragona ed una a Barcellona). Il museo di belle arti però è aperto, gratuito ed è bellissimo. Murillo diventa il mio artista spagnolo preferito:faccio fatica a staccarmi dalla Madonna del “fazzoletto” perché i suoi occhi sono magnetici e sembra che il Bambino voglia venire in braccio a me. Una capatina al metropol parasol e poi a pranzo al mercato di Triana (su suggerimento sempre di Manuèl). Passeggiare davanti a Plaza de Toros (niente corride però) e alla torre dell’oro. Mangiare churros e inebriarsi di barocco alla chiesa del Salvador mentre le carrozze con i cavalli sostano all’ombra delle palme reali o portano in giro i turisti. Siviglia è la città dei segni.Ridiamo in aeroporto io e mi hermana perché la stanchezza mi prende e non riesco a smettere di sbadigliare. Al gate una puntata di una radio speciale, poi l’ultimo taxi verso casa.

E in testa la frase di Garcia Lorca “piensa que el mundo es pequeno

y el corazón es inmenso”.

Alcune informazioni pratiche:

-i taxi hanno dei prezzi abbordabili per cui vi consiglio di prenderne uno per raggiungere la città dall’aeroporto;

-In città i mezzi non “servono”, tutte le maggiori attrazioni turistiche sono raggiungibili comodamente a piedi;

-se volete vedere uno spettacolo di flamenco autentico dovete assolutamente andare alla Carboneria (locale molto easy e un po’ internato nei vicoli ma sicuramente di grande effetto);

-hotel in cui abbiamo alloggiato Hostal Santa Cruz (praticamente nel centro dell’omonimo storico quartiere): pulito, comodo,molto carino e personale cordiale;

-per tapas e cibo spagnolo: la sagrestia, la bodeguita de la Parihuela (Santa Cruz);bar antiguedades (nei pressi della cattedrale);casa Fundida (mercato di Triana);

-colazione da Salat and Sugar.

(Foto mie che più mie non si può!)

Siviglia (giorno 2)

Giorno 2

L’oggi ha il profumo già della nostalgia, fra il balcone di Rosetta del Barbiere di Siviglia e la Carmen di Bizet. Reprimo il mio istinto e non compro nè il mantillo nè la rosa per atteggiarmi a ballerina di Siviglia. Ma continuo a pensare che mi avrebbero donato molto.In calle de Sierpes l’idea era quella di fare shopping (shoppingare come dice Manuèl) ma la Domingo todo cerrado (e ricordo una domenica a Tarragona ed una a Barcellona). Il museo di belle arti però è aperto, gratuito ed è bellissimo. Murillo diventa il mio artista spagnolo preferito:faccio fatica a staccarmi dalla Madonna del “fazzoletto” perché i suoi occhi sono magnetici e sembra che il Bambino voglia venire in braccio a me. Una capatina al metropol parasol e poi a pranzo al mercato di Triana (su suggerimento sempre di Manuèl). Passeggiare davanti a Plaza de Toros (niente corride però) e alla torre dell’oro. Mangiare churros e inebriarsi di barocco alla chiesa del Salvador mentre le carrozze con i cavalli sostano all’ombra delle palme reali o portano in giro i turisti. Siviglia è la città dei segni.Ridiamo in aeroporto io e mi hermana perché la stanchezza mi prende e non riesco a smettere di sbadigliare. Al gate una puntata di una radio speciale, poi l’ultimo taxi verso casa.

E in testa la frase di Garcia Lorca “piensa que el mundo es pequeno

y el corazón es inmenso”.